venerdì, luglio 16, 2010

coscienza.

Manette di cinismo e nullità.
Disperazione in occhi di amianto. Guardarsi e non sorridersi più. Resoconti di una vita.

Punto 1. Lui che mi ama.
Osservo la sua schiena incurvata sotto il peso dei silenzi che si trasformano in sorrisi. La morte di una storia ha spezzato il cuore di pietra costruito in un’adolescenza anestetizzata da un padre avaro d’affetto. Nell’amaro lui sorride. Nel pianto lui brilla. Nel buio lui brucia.

Punto 2. Lui che combatte.
Costruisce castelli di personalità temprata da dieci anni di lavoro. Castelli di rabbia contro un’ingiustizia che sente addosso. Rallegra le mie giornate con il suo sorriso, ma dentro implora un gesto d’amore vero. Sua madre è morta ieri. Il tumore l’ha divorata. Che si dice in questi casi. Come si sta accanto a un uomo che ha perso la madre. Impotenza.

Punto 3. Lui che ha paura.
Il suo viso tra gli scaffali, tra i monitor lucidi. Occhi blu accecanti. Si avvicina con fare da bambino, battute leggere, discorsi infiniti su manga, film, videogiochi. Io sento le sue voglie, l’odore degli ormoni giovani, le spalle larghe da nuotatore. Mi regala fantasie, ma resta sulla soglia. Non fa mai un passo in più. La paura di soffrire lo tiene in gabbia. Mi evita per salvarsi.

Punto 4. Lei che ha capito.
Madre. Confessioni. Madre che spiega, che comprende dopo la mia sfuriata. Madre disarmata, occhi puliti come specchi mai visti. Madre che ora sorride. Madre che accetta la mia forza. Madre che cresce con me. A volte basta poco.

Punto 5. Io.
In balia di vite intrecciate. Poco padrona di tutto. Gli eventi mi assalgono. Amori che sbocciano. Lavoro. Dedizione. Dedizione a tutto.

Sono un vaso.
Recipiente.
Ricettacolo d’affetto.

Ingoio la vita d’un fiato. Ingoio anche il brutto.

Non ho mai visto tante vite buttate. Vorrei essere meno sensibile. Guardare negli occhi senza sentire il dolore, senza vedere il tempo perso, senza percepire il bisogno d’amore che galleggia nell’aria.

La disperazione dilaga. Quando penso alla morte mi attraversa.

Poi penso a lui. Tutto passa.
Poi penso a me. Tutto passa.

giovedì, maggio 13, 2010

Dietro a un banco

L’eroe dei miei giorni si è smarrito nell’abisso di una moralità illogica. La condanna dell’anima dentro un lavoro che debilita l’uomo, eppure, se fatto bene, lo appaga.

Dietro un banco. È lì che trascorro il tempo. Brandelli di presente, fettine sottili che alimentano una speranza di futuro.

Vendo sorrisi più che telefoni o birra. Vendo possibilità. Quelle che coltivo nel mio giardino, tra tigri che ora sono mansuete e docili.

Ho lasciato il cuore in un cassetto. L’ho messo da parte per dedizione ai miei lavori.

Mi sento fiera.

lunedì, maggio 03, 2010

Can the savior be for real or are you just my seventh seal?

Le tue spalle mi regalano voglia di abbracci.
Abbracci fortissimi stretti dentro quelle braccia da manuale.
Quanto amore per quelle tatuate braccia.
Quanta passione per quelle clavicole dure.
Il possente che affascina.

mercoledì, aprile 28, 2010

Phoenix

Adoro i brandelli. Le espressioni che muoiono sui visi. Le tragedie.

Guardare mali più grandi dei miei. Il putrefatto che lacera.

Mi piace apparire diversa. Reinventarmi stupida. Recitare la ragazza svampita, sperduta in una vita vuota.

Sotto la lingua ho lame lucenti. Armi affilate.

Mi fanno sentire potente davanti alla magnificenza presunta degli altri. Alle loro vanità sintetiche.

Il bancone del bar è un palco. Ogni cliente è un pubblico diverso. Puoi scegliere chi essere.

Lui entra. Per lui diventi stella. Ti scruta. Ti giudica. Lo hai tra le mani. Puoi farne ciò che vuoi.

Sogno di avvelenare. Di versare veleno nei boccali.

Immagino la devastazione, l’agonia, la dolcezza malata negli occhi che prima brillavano di vanità. Un’illusione che conduce al crollo.

Guardatemi. Sognate di sbattermi su questo bancone mentre io sogno di farvi a pezzi e chiudervi nel frigo.

Alla morbosità appartengo.

Poi un giorno mi uccisero.

Tre gendarmi. Domenica grigia. Ottobre nelle stanze.

Vestita di mestizia attendevo la condanna. La mannaia sulla nuca.

Mi uccisero per vendetta. Per egoismo.

Avevo dato sangue, cuore, carne. Offerto sentimenti come frutta matura.

Mi fecero a pezzi. Dopo aver volato mi strapparono le ali.

Fumo. Odore di chiuso. Atmosfera da bisca proibita. Parole come proiettili.

Mi lasciarono sul pavimento.

La morale dice: non tradire.

Io avevo tradito.

Se fossi stata santa qualcuno mi avrebbe perdonata.

Ma fui giudicata puttana.

E la condanna fu morte.

Deperire. Marcire. Rinascere.

Sono una fenice.

Ali grandi. Non più strappabili.

Canterò.

Non per uccidervi.

Per sopravvivere.


martedì, aprile 27, 2010

Where troubles melt like lemon drops

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.

Il pigolìo così che assorda il bosco
al nascere dell’alba, ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.

Ma te la mia inquietitudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato:
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte, quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare…

(C. Sbarbaro)

giovedì, aprile 15, 2010

Bowie l'omino rosso

Ho preso coscienza un pomeriggio d’estate. Agosto assolato, odore di salsedine, schiamazzi e musica. La vista era un mistero. Un giorno l’avrei condannata, ma allora non lo sapevo.

Vivo sospeso nell’aria. Un tubo lucido mi attraversa le spalle. Sto in fila con altri identici a me, stesso volto, stesso colore alternato. Sotto di noi plexiglass verde, righe bianche. Attorno, metallo. Vivo in una scatola che chiamano biliardino.

Sono rosso. Ho scelto il mio nome. Bowie, come quello che canta dal televisore appeso al muro del bar.

Non conosco altro che quella parete e gli umani che ci fanno scivolare avanti e indietro colpendo una pallina bianca. Con loro prendo vita. Divento il loro braccio. Quel braccio che a me manca.

I miei piedi sono un parallelepipedo perfetto. Dritto nei movimenti. Professionista nei colpi.

Il ruolo centrale mi piaceva. Mi sentivo utile. Sognavo.

“Un giorno mi stacco. Un giorno salto fuori, giro il mondo. Divento il migliore. Tutti mi acclameranno.”

Illusione.

Non posso staccarmi. Non sono niente fuori da questo tubo. Vivo in una prigione di plastica e metallo.

Una sera ho capito tutto.

Il televisore mostrava umani che facevano ciò che facciamo noi. Ma su un campo immenso. Verde acceso. Umani che correvano liberi.

Allora posso farlo anch’io.

Sciocca speranza.

Sono solo un omino. Eppure urlavo: “Sono Bowie! Voi chi siete?”

Silenzio plastificato. Gli altri non parlano. Non pensano. Accettano.

Forse è la vita.

Poi è arrivato l’amore.

Notte. Una luce bianca sopra di noi. Lui era sempre stato lì. Blu acceso. Occhi brucianti. Spalle rigide. Perfetto.

Non stavo più nella plastica.

Aspettavo la notte per guardarlo. Immaginavo il suo profumo gommoso. Volevo parlargli. Dirgli tutto.

Ma ero bloccato. Più bloccato del mio stesso corpo.

Codardo.

Poi il gioco. Gettone. Palline che cadono come sogni. Urla. Goal. Vittoria. Io invincibile.

Stock.

Silenzio.

La testa del mio amato non c’è più.

Decapitato.

“Fa niente, è vecchio.”

Vecchio.

Amore mio, non ti ho detto niente. Non ti ho amato ad alta voce quando avevi orecchie per sentire.

Disperazione.

Poi buio.

Poi una notte ho pensato: chi se ne importa.

Ti amo anche senza volto.

Ho amato la tua assenza più della libertà.

Posso amare l’assenza della tua testa se questo significa che resti accanto a me.

Superai il dramma.

Ricominciando a sognare.

Non ci resta che su e giù, avanti e indietro, tra le mani dei bambini maldestri.

Ciò che ci tiene ancorati non è il tubo.

È l’amore.

lunedì, aprile 05, 2010

Sembrava così vero.

Ho guardato il sole, pupilla bianca di un demone albino, scomparire dietro la montagna innevata. La neve colava a rivoli come lacrime.

Ero nascosta nel ventre caldo del letto, infante minuscola, testa sotto le coperte. Solo gli occhi fuori, rivolti alla mia porzione privata di cielo.

Pasquetta. Giorno di scampagnate per chi la campagna non la conosce.

Da piccola credevo che le scie degli aerei significassero che qualcuno ti stava pensando. Ne ho viste tre insieme in quell’azzurro che diventava sera.

Poi il miracolo. Il cielo si tinge d’inchiostro e una stella brilla. È lì che mi guarda. Sono io, lontana e tremante come la sua luce. Vorrei cavalcarla per raggiungerti.

Ti penso. Ti scrivo con una papermate nera da scolaretta. Scopro che ti senti come me. Immobile.

Ma non eravamo immobili quella notte.

Hai divorato chilometri e mi hai raggiunta con una maglietta. Un simbolo stampato. Il mio. Quello tatuato sulla tua spalla destra. Su quella spalla ho dormito, ho lasciato i miei sogni. Per terra, su un tappeto, dentro coperte che pizzicavano. Tavolino pieno di sigarette e bicchieri, bottiglie vuote, televisore acceso.

Noi sul pavimento come soprammobili dimenticati, a nutrirci di polvere e magia. Sembrava reale più della realtà.

Al mattino quel sole demoniaco ci ha aperto gli occhi. E il televisore, come per incantesimo, ha trasmesso la nostra canzone. Fra tutte, proprio lei.

E ancora mi chiedete perché passo giornate intere a guardare il tramonto.

Quando hai visto la magia, l’hai toccata, l’hai vissuta, il resto sembra insufficiente. Dopo aver toccato l’assoluto, il quotidiano appare muto.

Per questo chiedo una morale di titanio. Un disegno di puntini da unire. Numeratemi le stelle e seguirò il percorso.

La voce è roca, spezzata. Un elettrocardiogramma irregolare.

Bellamy urla parole dolci dalle casse. Vorrei essere quella voce. Diventare vibrazione pura. Essere utile anche solo per far piangere.

Il vento entra dalla finestra aperta, porta via il fumo bianco della sigaretta. Gelido. Come le mie mani che riscaldavi con il respiro.

Le tue parole rimbalzano dentro di me come palline di plastica nei distributori delle pizzerie.

Riverberi nel cuore. Lacrime che bruciano. Magma dagli occhi.

Dicono di me..

*Ti dicono diversa solo perchè hai il coraggio di entusiasmarti ancora come una bambina per ogni cosa che la gente chiama "cazzate"

*Brava continua, continua a elevarti con i tuoi termini eruditi del cazzo invece di mischiarti con la gente ed essere un po' più umile.

*Ma perchè ti racconto tutte queste cose che nemmeno ti conosco?non è normale che a te riesca a raccontare cose che non ho mai detto a nessuno!

*Un giorno mi spiegherai dove trovi tanta forza..

*Hai troppo la voce da centralino erotico!Guarda che puoi farci i soldi!!

*Sei saggia...saggia e poetica..

*Boh non saprei dire se sei bella o brutta..sei solo...particolare!Si, particolare forse è il termine giusto.

*Che strana che sei Erika..

*Sei proprio un rospo!

*Secondo me dovresti fare l'attrice..puoi per favore fare l'attrice porno?

*Tutte tu ce le hai le robe strane!

*Ma io non sono come te, io non ho uno stile, il tuo stile è figo..a me piace come sei..

*Secondo me non sei ne strana ne particolare..secondo me sei solo sfigata.

*Ma come parli!?Ogni volta con te mi tocca andare in giro col vocabolario!

*Vedi?E' colpa tua, sei tu che mi fai fare discorsi difficili..

*Ma smettila di usare termini difficili e inizia un po' a vivere.

*Oddio che aria malinconica..t'è morto il gatto?

*E' figo parlare con te, per me sei davvero preziosa..

*Splendida..non vedi?Splendi...sei Splendida.

*Bon non so perchè ma con te non è come con tutte le altre.

*Ma sei tu così o ti do fastidio?

*Hai un fascino strano..mi ricordi un'indiana d'america..

*Oddio, che occhi grandi hai!

*-Ma perchè ti metti le ciglia finte?
-Guarda che sono vere.. -.-

*Certo che sei proprio una gatta..guarda, fai anche le fusa!

*Sei tu che non vuoi farti aiutare!Anche se ci provo non mi lasci avvicinare.Non tenerti tutto dentro.

*Cazzo ma perchè non studi psicologia?Hai del talento.

*Sei tanto brava a dare consigli alla gente..ma tu?perchè tu non fai tutte quelle belle cose che dici?

*Sei sempre così tranquilla..pacata..Anche i bambini sono tranquilli con te.

*Sei speciale. -perchè? -non c'è un perchè..sei speciale e basta.

*No, per niente. Non sei come tutte le altre. Almeno con te un discorso serio si può fare.

*Dai siediti con noi! -e perchè dovrei? -Boh sei piacevole e mi fai sorridere..

*Ma perchè non ti vesti più femminile? ma una gonnellina? no eh..

*Va che capelli..ma non ti vergogni?

*ERIKA!BASTA CON STA MUSICA DEL DIAVOLO!

*Mi sono chiesta perchè lo fai..tutti questi piercing..e mi sono detta che probabilmente ti piace il dolore o vuoi farti del male per qualcosa..

*Da piccola eri già vecchia.

*Sei piena di colori!

*Oh mammamia come sei ingenua!Ti stavo prendendo in giro!

*Mi fai ridere un sacco quando sei allegra.

*Secondo me dovresti studiare canto..e anche recitazione

*Ci staresti bene a fare la doppiatrice

*Sei perspicace!

*Ma la smetti di mangiare come un muratore?

*Sei tutta piccola, cicciotta, morbida e hai le mani con i buchini come i bambini.

*Sono troppo divertenti le facce buffe che fai.

*Sei un cartone animato!

*Non ho mai conosciuto una ragazza che ride così tanto..

*Erika..basta parolacce!

*Tu pensi troppo.

*Smettila con quella Bibbia..mi fai paura.

*Oh che palle co sta Bibbia! Secondo me dovresti tornare dalla psicologa.

*Dovresti smetterla di colorarti i capelli e farti i piercing..cosa pensi di dimostrare?

*Nooooh, non hai ancora capito che ti vogliono solo trombare????

*Sei poetica e astratta, dovresti essere più realista.

*Il mondo non è colorato come lo vedi tu.

*Ma perchè sta passione per le rane? -Le colleziono! -Si ma che senso ha?

*Ma diversa cosa?Strana cosa?Non sei come ti dicono gli altri, non hanno capito un cazzo. Sei solo una che ha problemi, problemi con le persone, problemi con te stessa.Poi cosa vuoi, se stai con certa gente non ti puoi neanche lamentare.

*Smettila di mischiare il sogno con la realtà.

giovedì, aprile 01, 2010

Ricordami.

Bacia via il fumo dalla mia bocca.
Tocca le voci che ho dentro la testa.
Perchè ora, qui non sono adatta.
Questa città non mi vuole più forte.
Questa città non mi vuole affatto.
Con una lacrima hai riempito il mare.
Con due bracciate mi hai distaccato.
Per cosa poi? Volevi restare.
Perchè ora li ti senti più forte.
Ora li non ti manca più niente.
Non c’è stato un minuto in cui mi hai convinto.
Ricordami.










Verme - La complessità del mare
http://www.myspace.com/verme666

martedì, marzo 30, 2010

Mi sento invincibile e sento che ti vorrei con me

Mi sono svegliata immaginandomi cantante.

Ho indossato il cappello di Near come se custodisse la stilla di un talento perduto, abbandonato a terra come l’involucro di una caramella. Ballavo per le stanze con il cappello stile Pete Doherty maledetto, il manico della paletta in mano, trasformato in elegante bastone con testa di leone.

Io sul palco così: giacca sgualcita, gonna scolorita, piedi nudi sul pavimento freddo. Davanti a me il buio pieno di vite. Io che canto. Kuroi Namida tra le note. La mia voce tra le note.

Un sogno irreale eppure vero.

Le persone non si rendono conto di quanto l’immaginazione possa salvarle.

A te che hai paura dico: immagina.
A te che ti senti umiliata dalla realtà dico: sogna.

La realtà tornerà travestita da drago e proverà a bruciarti. Combattela con l’immaginazione.

A te che non ti piaci dico: guardati bellissima.

Tutti possono tentare di schernirti. Nessuno ne ha il diritto.

Ti donerei i miei occhi per farti vedere il mondo attraverso il verde acido del mio sogno.
Ti donerei le mie braccia per farti volare nel mare opalescente del mio universo.

Quanta salvezza abita in me.


mercoledì, marzo 24, 2010

Lente speranze che covano nell'antro dello stomaco vuoto, brontolano.

Ho la sconfitta in bocca e Nosferatu sulla maglietta. Una tinta ancora chiusa prende polvere sul comodino, promette di coprire i capelli bianchi. Un altro acquisto inutile solo perché costava poco.

Passeggio lenta, come in cerca di qualcosa. Di uno sguardo. Di catturare tra i capelli il suono degli occhi di un altro sulla mia pelle. Uno schiocco improvviso. Fame.

Nome, cognome, indirizzo, numero di telefono. Il centralinista mi interroga mentre spero che vada tutto bene per il giorno in cui dovrò guidare un’ora e mezza fino in culo al mondo per ascoltare qualcuno insegnarmi come fottere la gente, come plagiarla, come succhiare soldi con il sorriso. Diventare una sanguisuga educata per portare a casa un gruzzolo.

Il cinismo dilaga.

Frequento solo librerie. Montagne di carta con il prezzo stampato sul retro. A ogni passo vorrei incendiare il marciapiede. Appoggiarmi alla spalla di un passante e piangere. Sorridere al vecchio che mi guarda sconvolto per gli orecchini in faccia. Sputare in faccia al dentista che mi lima i canini.

Collera. E lenta sopportazione della stessa.

Poi il sole deposita petali sul davanzale. La primavera suona note bianche. Mi stupisco che tutto accada così in fretta. Che forse non saranno solo sogni. Che a volte qualcosa si avvera.

Speranze lente, covate nello stomaco vuoto, brontolano.

“Se qualcosa di mio ti resterà fra i denti non piangere. Lo digerirai.”


lunedì, marzo 15, 2010

8

Un pensiero dolcissimo trascina con sé una valanga di paure. Apri una porta per fuggire e trovi un muro di mattoni. Un raggio di sole filtra tra nuvole di panna e non sai se scaldarti o scappare.

Ecco come mi sento.

Hai dato da mangiare ai miei cuccioli di tigre. Ora sono impazzite e graffiano ovunque, come se volessero distruggermi dall’interno.

Dentro un abbraccio si nasconde una magia. Forse sono sotto un incantesimo.

Un sorriso perfetto, leggermente alcolico, ha catturato il mio campo visivo come una scarica improvvisa. Succede sempre così.

Arrivi a un punto della vita in cui non puoi più correre. Hai già fatto il tratto più lungo. Ti concedi piccoli passi, ti godi la libertà conquistata. Poi qualcosa accade e ti ritrovi di nuovo all’inizio.

Una spirale che vortica. Si chiude un cerchio, se ne apre un altro. Nuove insidie, nuovi drammi, nuove decisioni. Restare o ricominciare altrove.

“Il destino ci tenta e noi siamo volutamente vulnerabili”, ha detto Near.

Di nuovo Near.

Ci sono cose che non finiscono. Fanno giri immensi e poi ritornano.

Non servono gesti eclatanti. Non servono parole perfette.

A volte basta la magia racchiusa in un abbraccio.

venerdì, marzo 12, 2010

Il parco

C’erano bancarelle ai lati della strada, pittoreschi ghirigori su un tappeto persiano immenso. Io e lei camminavamo sopra quel tappeto, presenti e assenti allo stesso tempo.

Lei era lentissima. Di gomma. Una bambola allungabile. Gli occhi rossi, quasi spaventosi.

Le persone intorno si muovevano piano, assaporando l’aria di festa che si spalmava sui volti come un’emozione antica.

I miei scarpini neri lucidi si impuntavano sull’asfalto per tirarle la manica, sbloccarla da quella gravità che sembrava averle inghiottito i piedi. Mi guardò e disse:

“Quando tu te ne andrai io sarò felice. Perché il ricordo sarà il prato su cui mi stenderò. Tu sarai l’erba e i fiori, il sole e il cielo. Amandoti mi stenderò, sussurrerò il tuo nome, non ti sentirò lontana.”

Aveva un’espressione disarmonica, occhi gonfi e lucidi, labbra imbronciate come un lampone maturo.

In mezzo alla strada, al centro di quel tappeto di ghirigori, la abbracciai come non avevo mai abbracciato nessuno.

Poi resta il peso.

Come indossare un vestito meraviglioso con due palle da bowling incastonate sulle spalle. Grazioso alla vista. Insostenibile da portare.

Non penso a liberarmene. Cerco di rendere più forti le spalle. Finché non imparerò a guardare i ricordi in modo diverso.

Vado al piccolo parco vicino al cimitero. Vita rigogliosa da una parte, morte dall’altra, separate da un muro rosa che trovo insopportabile.

È pieno di bambini. Saltano, urlano, parlano una lingua che solo loro capiscono.

Mi ricordo dello yogurt rosa scuro che mi riempiva la bocca provocandomi conati. I miei genitori insistevano. Pensavano fossi viziata. Io iniziavo a fare elenchi silenziosi di tutto quello che non avrei mai fatto ai miei figli.

Al tabacchi desideravo sempre qualcosa. Ma era troppo silenzioso per chiedere. Mio padre si abbassava per farmi parlare più forte. Io arrossivo, gli occhi pieni di lacrime, paralizzata dalla timidezza.

Piccola bambina da sollevare e proteggere.

Anche lei era così. Anche lei è così.

Nel parco con i bambini mi sembra di essere con lei. Lei adesso sarà nel suo prato di ricordi, con me tra l’erba.

Forse non siamo poi così lontane.

domenica, febbraio 28, 2010

And they call this tragedy

Distesa nel buio, sul letto dai colori pastello, ricompongo gli attimi frullati dalla ragione. Mi sdoppio dentro la mia identità incosciente. Che cosa faccio. Perché lo faccio.

Mi odio come si odia un animale feroce e indomabile.

Legatemi. Fermatemi prima che io mi divori. Vorrei che qualcuno contenesse questa furia interna, che il dolore venisse spostato altrove, sulla pelle, per zittire quello che brucia dentro.

Mi strapperei il volto per ricucirlo con fili grossolani, diventare una bambola rattoppata. Più semplice. Più leggibile.

Non amatemi, penso. Non lo merito. Non sapete che demonio abita sotto la porcellana.

Lapidate l’anima predatrice. Strappate via l’amore distorto che sgorga in gesti proibiti. Perché nessuno mi rimprovera. Perché nessuno mi ferma.

Esorcizzatemi. Assorbite il male.

Sono un Dorian Gray imperfetto. Una signora delle camelie in nero. Una regina cattiva senza fiaba. Un cerbiatto ferito che corre in cerchio.

Riconducetemi alla via del buonsenso. Forgiatemi una morale di titanio da indossare come un’armatura.

Invalidatemi il cuore.

martedì, febbraio 23, 2010

Penso che non ho capito

Avevo appena strappato un pop filter e sedevamo in cerchio davanti a un falò di ciocchi scricchiolanti. La primavera entrava nelle narici, il fuoco seccava le fauci alcoliche. Il tuo ginocchio audace premeva contro il mio, sempre più deciso. Era il nostro segreto. Il nostro modo di amarci davanti a una folla che guardava il nulla.

Sgranando, sciogliendo, mescolando, leccando. Zuccheri filati per riempire polmoni avidi. Autostrade di sangue che si allargavano, vista annebbiata, rumori opacizzati, risate superflue.

Di bocca in bocca, di ossigeno e anidride carbonica, di mano in mano. Ci mescolavamo come ingredienti di un impasto compatto, da stendere sotto il mattarello di una realtà alienante che calpestava voglie giovani e sconvolte. Ci piaceva guardare. Rifuggire il dolore con composti da inalare.

Ma non è stato sempre così. Non per tutti.

A periodi l’anestesia diventava metodo. Gesti rapidi per silenziare le urla, per forare il cervello e tappare i mali. A periodi, invece, si voleva piena coscienza. Perché perdere il controllo faceva paura. Tenere sotto controllo la vita, il dolore, il piacere, il sorriso. Per sentirsi meno ridicoli. Più forti. Per costruire un’immagine accettabile del proprio operato.

Chi condannare. Chi assolvere.

Io, con le mie voglie vietate alle quali ho sempre dato ascolto, nascosta nella mia ombra perlata, penso a quanto piacere mi sono procurata attraversando il dolore con consapevolezza. Penso agli errori che mi hanno marchiata e forgiata. Alla saggezza accumulata sotto pelle.

Credo che l’unico maestro da seguire sia l’istinto.

mercoledì, febbraio 17, 2010

Magician

Non c’erano suoni a sostenere le pause tra le parole. Discorsi spezzati, frasi sputate insieme all’anidride carbonica che riempiva la stanza e rimbalzava contro le pareti cerulee.

Non avevi più occhi. Guardavi senza toccare. Le iridi altrove, perse nei tuoi mondi. Non capivo se esistessi ancora per te. Mi sentivo invisibile. Impotente nel gesto.

Ti ho visto camminare nelle strade deserte dell’alba, in cerca di una direzione nuova. Le lacrime incastonate sotto pelle, cristalli silenziosi di esplosioni emotive.

Io accarezzavo petali di rose appassite, scuri, fragili. Sembravano un cuore. Un cuore che conosco bene.

Non mi hai lasciato il vuoto. Eri tu a riempirmi. Vuota lo sono sempre stata.

Poi un giorno la coscienza riaffiora dalle viscere. Un risveglio. Una primavera dimenticata. Mi accorgo della vita, della bellezza dell’esistere, della potenza del suono. Come ho potuto sopportare tanto silenzio?

Inarcata sul pavimento, a testa in giù, tremo di vibrazione sonora. Respiro attraverso le orecchie. Le melodie scorrono come linfa. Una luce nuova.

Lo stomaco, spento per tanto tempo, ricomincia a palpitare.

Il musicista piega la materia al suo volere. Piega me e il mio movimento. Ondeggio. Dolce.

E si ritorna alla vita. Attraverso una canzone.

Superando i passati che non mi meritavano, mi sono vista volare con la forza di un’aquila e restare ancorata con la potenza di un leone. Ho pescato potere negli oceani della conoscenza senza comprenderlo subito. Mi si è rivelato solo quando ho lasciato andare gli schemi, quando ho sciolto le corde che tenevano stretta la mia esistenza.



mercoledì, febbraio 10, 2010

Elettrica

Mi esercito in passioni sconfinate da dilettante. Nell’innominabile che ogni cosa riceve. Mi trasformo in coppa di abbondanza, in eco dell’urlo materno che squarcia il silenzio, nel silenzio stesso che il padiglione concede.

Grida nella nebbia. Buchi nell’anima. Solchi sugli specchi. Immagini che non riflettono più nulla. Quanta carne tra le fiamme. Quanto fuoco dentro.

Annaspando verso orizzonti lontani, mi perdo tra fate dai capelli color rame. Le ho sempre immaginate come mie protettrici. Intanto le tigri girano nei giardini, graffiano gli ornamenti e tengono vivo il paesaggio.

Non sono l’adulta bendata dalla frustrazione. Non sono la bambina candida. Sono la via di mezzo. Una verità che brucia nel mare della menzogna.

Fiamma indomabile dalle voglie nascoste. Calore indicibile.

Rinchiudimi in un barattolo di vetro. Spegnimi le dita. Accarezzami. Placa il ventre che si muove come un pendolo alle tre di notte.

Vorrei essere cullata dalle tue braccia grandi. Dimenticare la paura. Baciare il coraggio che l’inganno ha sotterrato. Strapparlo fuori, splendente.

Come una paladina.

Incarnare giustizia.

giovedì, febbraio 04, 2010

Baby magra è tornata

Avrebbe voluto essere al centro dell’universo.

Quando è arrivata ha lanciato un “ciao” dai cento echi, come se avesse premuto un interruttore capace di girare tutti i volti verso di lei. L’ho vista diventare epicentro di un’intensità indefinibile. Una bolla che si espande nell’aria già satura.

Le sue iridi emanavano una superbia sottile. Sembravano forbici di ferro arrugginito, pronte a tagliare ogni spazio che non le appartenesse.

Io, nella mia pelliccia ghepardata, nascosta dietro una frangia calibrata e un trucco di alabastro, ho sollevato lo sguardo altrove. Cercavo distrazioni naturali. Ho sperato in una stella cadente che mi trascinasse via. In un arcobaleno su cui arrampicarmi per poi scivolare giù urlando, con il vento nelle mani.

I piedi mi pulsavano per il freddo.

Ignorare è il mio lavoro.

Salve. Io ignoro.


mercoledì, febbraio 03, 2010

Polvere scurita dal sole.

Il paese caldo gli aveva inghiottito il viso. La pelle scurita, coperta di polvere. Mani inaridite da un sole invernale che non appartiene a questa latitudine. Smagrito, sciupato, rincorreva il mio bacio.

Mi ha detto perdonami.
Mi ha detto mi sei mancata.

Avrei voluto staccargli la lingua.

I suoi respiri scivolavano sul mio collo chiaro, depositando baci che sapevano di sabbia e luce troppo intensa. Raccontava visioni di un’altra realtà. Uomini con turbanti, orizzonti tagliati dalle piramidi, una brillantezza che non c’entra nulla con l’inverno italiano.

Parlava di monete diverse, di un modo strano di guidare, di alberghi a cinque stelle con piscine in disuso.

Io mi arrotolavo nel silenzio del sedile. Immobile, immaginavo di danzare. Movimenti perfetti di un corpo che non sentivo più mio. Il mio corpo rattrappito dal buio delle stanze. Stanze che inghiottono arti fragili.

Sono fatta di cartone.

Intorno a me anfibi di carta e peluche. Un mondo da fiaba dimenticata.

Salgo le scale che odorano di gesso. Mi nascondo in un pigiama stampato di Bambi. Mi addormento.

Sogno code di coccodrilli e occhi gialli di rana.
Meravigliosi anfibi di carta e peluche.


lunedì, febbraio 01, 2010

Nei sabati soli.

La sveglia non suona più. Il tempo perde consistenza, cola via come una goccia che resta appesa a un filo prima di cadere, come quelle gocce enormi che precipitano sul parabrezza quando passi sotto un albero appena bagnato.

I centri commerciali sono il rifugio delle anime annoiate.

Mi sono svegliata alle nove, stranamente. La testa faceva rumore, i polmoni pieni di nubi tossiche che cercavo di espellere tossendo, ma usciva solo dolore. Sola, fuori dalla quiete, ho preso la macchina e sono arrivata fino a Verona. Al centro della noia. Al nucleo del consumismo, dove si sommano inutilità che sembrano indispensabili.

Ho trovato consolazione nelle vetrine. Nei vestiti. Nelle magliette che tra le mie dita acquistavano un’anima nuova. Prima anonime, poi improvvisamente dense di significato.

La gioia di scoprire Bambi stampato su un pantalone. L’allegria di Alice regina su una maglietta lilla. L’entusiasmo di indossare una pelliccia leopardata e sentirmi la persona più trash del momento.

Nuove personalità indossate come costumi di scena. Il centro commerciale come palcoscenico. Io protagonista della mia ironia cinica.

giovedì, gennaio 21, 2010

Lui.

Rinchiudermi nelle mie ire mi aiuta ad accorgermi quanto amo il mio disagio.
Vorrei bruciarli,scivolare su fiumi di lacrime e ridere e imprecare e maledire e rimanere felice,finalmente nessuna cazzo di me-mo-ria,solo un nuovo punto di partenza,solo l'inizio di una seconda fine.
attraverso la distruzione rinascere..

sabato, gennaio 16, 2010

gnòthi seautòn

Mi sveglio con l’odore di una sigaretta dimenticata nel posacenere a forma di mucca. È lo stesso odore di quella macchina color acciaio che faceva la guardia sotto casa mia mentre parlavi di cuori dimenticati dentro chitarre vecchie, un po’ ammaccate. Ci consolavamo guardando la pioggia scivolare sul parabrezza. I vetri diventavano tele su cui dipingevo i ricordi con le dita appannate.

Non lo sopportavi. Non sopportavi me.

Cancellavo la condensa, incidevo segni con polpastrelli fragili e occhi gonfi. Odio le macchine grigie.

La pioggia diventava legame. Le notti sui divani e sui materassi in garage, i Placebo in sottofondo, sempre le stesse canzoni. Ridevo immaginando la catastrofe.

“Immagina il Sole. Immagina. Sai che sta bruciando? Il Sole si consuma da solo. E ci dà la vita. Ci permette di esistere. Ti senti anche tu un piccolo Sole?”

Non siamo così diversi dalla luce. Solo più piccoli.

“Un giorno si spegnerà. E quando succederà tutto questo mondo che calpestiamo, amiamo, distruggiamo non esisterà più. Allora a cosa serve piangere?”

Perché mi chiedi di amare solo te? Lasciami amare finché avrò forza per baciare.

Egoismo e altruismo si intrecciano. Radice e potenza che si annullano.


giovedì, gennaio 07, 2010

Flashback emozionale

Tuoni nella notte, come quelli che avevo nell’anima.

C’è stato un momento in cui ho desiderato morire.

Avevo nove anni. È stata la prima volta in cui ho capito cosa fosse il dolore e quanto sarebbe stato difficile crescere.

Dentro di me si muoveva già la smania di diventare qualcuno, qualcosa di diverso, un’entità nuova e senza freni.

Passeggiavo nel viale del quartiere. Le foglie gialle formavano un tappeto viscido sull’asfalto. Il fiume emanava un odore tossico di città malata. Un bambino con un palloncino a forma di pony correva verso di me, inseguito dalla sorella più piccola che piangeva disperata.

Lo fermai. Gli dissi che doveva smetterla. Che era sbagliato prendersela con chi è più piccolo. Che era crudele godere del pianto di qualcuno.

E in quell’istante arrivò il primo flash della mia vita.

Vidi mia madre.

La vidi prendermi a calci per un bicchiere rotto. La vidi ridere mentre mi spezzava il manico della scopa sulla schiena. Capii che erano nove anni che subivo tutto questo. Nove anni a nascondere lividi sotto cardigan neri anche d’estate. Nove anni ad amare un mostro.

Lasciai andare il bambino.

Mi avviai verso il ponte.

Il fiume era gonfio per le piogge invernali. Potente. Spaventoso. La morte mi chiamava. Le mani sudavano. Tremavano.

Rimasi lì un’ora a guardare l’acqua scorrere. Uno sguardo vuoto, senza suono, senza pensiero.

Poi qualcosa si spezzò.

Alzai gli occhi al cielo.

E in quel momento non scelsi di morire.

Scelsi di vendicarmi.

Penso che ho di nuovo i brividi

Sono la tua bambina silenziosa dai pensieri inespressi. Ti sfioro cauta, fendendo l’aria come un insetto leggero, una mosca bianca che resiste nell’inverno.

Non parlo. Osservo.

Gli elefanti-automobili occupano le strade. I ragazzi trovano sempre un pretesto per un’altra sbronza, un giorno di festa acceso come un lampione in un viale buio.

Quando mi riverso nella folla sento la gola inaridirsi. Catturo i gesti come farfalle, mi perdo tra mani che si muovono senza sosta.

E ti penso.

Ti rivedo su quei gradini del duomo, un pomeriggio in cui il sole ci piaceva davvero. Portavamo il cane lungo la riva del fiume, raccoglievamo ciottoli bianchi e li facevamo vivere con i colori. Le tue dita guidavano i pennelli che si tuffavano nelle tempere come delfini. Guardarti dipingere era ipnotico. Mi sentivo dentro un caleidoscopio.

Poi tornano le voci. Blaterare in gregge che strazia e interrompe. Vorrei solo sussurri vellutati.

È una vita che il mio udito viene aggredito da un urlo materno che non si spegne. Una scimmia urlatrice dentro le pareti.

È impossibile sopportare una madre che urla.

Mi disconnetto.