Ho la sconfitta in bocca e Nosferatu sulla maglietta. Una tinta ancora chiusa prende polvere sul comodino, promette di coprire i capelli bianchi. Un altro acquisto inutile solo perché costava poco.
Passeggio lenta, come in cerca di qualcosa. Di uno sguardo. Di catturare tra i capelli il suono degli occhi di un altro sulla mia pelle. Uno schiocco improvviso. Fame.
Nome, cognome, indirizzo, numero di telefono. Il centralinista mi interroga mentre spero che vada tutto bene per il giorno in cui dovrò guidare un’ora e mezza fino in culo al mondo per ascoltare qualcuno insegnarmi come fottere la gente, come plagiarla, come succhiare soldi con il sorriso. Diventare una sanguisuga educata per portare a casa un gruzzolo.
Il cinismo dilaga.
Frequento solo librerie. Montagne di carta con il prezzo stampato sul retro. A ogni passo vorrei incendiare il marciapiede. Appoggiarmi alla spalla di un passante e piangere. Sorridere al vecchio che mi guarda sconvolto per gli orecchini in faccia. Sputare in faccia al dentista che mi lima i canini.
Collera. E lenta sopportazione della stessa.
Poi il sole deposita petali sul davanzale. La primavera suona note bianche. Mi stupisco che tutto accada così in fretta. Che forse non saranno solo sogni. Che a volte qualcosa si avvera.
Speranze lente, covate nello stomaco vuoto, brontolano.
“Se qualcosa di mio ti resterà fra i denti non piangere. Lo digerirai.”