domenica, febbraio 28, 2010

And they call this tragedy

Distesa nel buio, sul letto dai colori pastello, ricompongo gli attimi frullati dalla ragione. Mi sdoppio dentro la mia identità incosciente. Che cosa faccio. Perché lo faccio.

Mi odio come si odia un animale feroce e indomabile.

Legatemi. Fermatemi prima che io mi divori. Vorrei che qualcuno contenesse questa furia interna, che il dolore venisse spostato altrove, sulla pelle, per zittire quello che brucia dentro.

Mi strapperei il volto per ricucirlo con fili grossolani, diventare una bambola rattoppata. Più semplice. Più leggibile.

Non amatemi, penso. Non lo merito. Non sapete che demonio abita sotto la porcellana.

Lapidate l’anima predatrice. Strappate via l’amore distorto che sgorga in gesti proibiti. Perché nessuno mi rimprovera. Perché nessuno mi ferma.

Esorcizzatemi. Assorbite il male.

Sono un Dorian Gray imperfetto. Una signora delle camelie in nero. Una regina cattiva senza fiaba. Un cerbiatto ferito che corre in cerchio.

Riconducetemi alla via del buonsenso. Forgiatemi una morale di titanio da indossare come un’armatura.

Invalidatemi il cuore.

martedì, febbraio 23, 2010

Penso che non ho capito

Avevo appena strappato un pop filter e sedevamo in cerchio davanti a un falò di ciocchi scricchiolanti. La primavera entrava nelle narici, il fuoco seccava le fauci alcoliche. Il tuo ginocchio audace premeva contro il mio, sempre più deciso. Era il nostro segreto. Il nostro modo di amarci davanti a una folla che guardava il nulla.

Sgranando, sciogliendo, mescolando, leccando. Zuccheri filati per riempire polmoni avidi. Autostrade di sangue che si allargavano, vista annebbiata, rumori opacizzati, risate superflue.

Di bocca in bocca, di ossigeno e anidride carbonica, di mano in mano. Ci mescolavamo come ingredienti di un impasto compatto, da stendere sotto il mattarello di una realtà alienante che calpestava voglie giovani e sconvolte. Ci piaceva guardare. Rifuggire il dolore con composti da inalare.

Ma non è stato sempre così. Non per tutti.

A periodi l’anestesia diventava metodo. Gesti rapidi per silenziare le urla, per forare il cervello e tappare i mali. A periodi, invece, si voleva piena coscienza. Perché perdere il controllo faceva paura. Tenere sotto controllo la vita, il dolore, il piacere, il sorriso. Per sentirsi meno ridicoli. Più forti. Per costruire un’immagine accettabile del proprio operato.

Chi condannare. Chi assolvere.

Io, con le mie voglie vietate alle quali ho sempre dato ascolto, nascosta nella mia ombra perlata, penso a quanto piacere mi sono procurata attraversando il dolore con consapevolezza. Penso agli errori che mi hanno marchiata e forgiata. Alla saggezza accumulata sotto pelle.

Credo che l’unico maestro da seguire sia l’istinto.

mercoledì, febbraio 17, 2010

Magician

Non c’erano suoni a sostenere le pause tra le parole. Discorsi spezzati, frasi sputate insieme all’anidride carbonica che riempiva la stanza e rimbalzava contro le pareti cerulee.

Non avevi più occhi. Guardavi senza toccare. Le iridi altrove, perse nei tuoi mondi. Non capivo se esistessi ancora per te. Mi sentivo invisibile. Impotente nel gesto.

Ti ho visto camminare nelle strade deserte dell’alba, in cerca di una direzione nuova. Le lacrime incastonate sotto pelle, cristalli silenziosi di esplosioni emotive.

Io accarezzavo petali di rose appassite, scuri, fragili. Sembravano un cuore. Un cuore che conosco bene.

Non mi hai lasciato il vuoto. Eri tu a riempirmi. Vuota lo sono sempre stata.

Poi un giorno la coscienza riaffiora dalle viscere. Un risveglio. Una primavera dimenticata. Mi accorgo della vita, della bellezza dell’esistere, della potenza del suono. Come ho potuto sopportare tanto silenzio?

Inarcata sul pavimento, a testa in giù, tremo di vibrazione sonora. Respiro attraverso le orecchie. Le melodie scorrono come linfa. Una luce nuova.

Lo stomaco, spento per tanto tempo, ricomincia a palpitare.

Il musicista piega la materia al suo volere. Piega me e il mio movimento. Ondeggio. Dolce.

E si ritorna alla vita. Attraverso una canzone.

Superando i passati che non mi meritavano, mi sono vista volare con la forza di un’aquila e restare ancorata con la potenza di un leone. Ho pescato potere negli oceani della conoscenza senza comprenderlo subito. Mi si è rivelato solo quando ho lasciato andare gli schemi, quando ho sciolto le corde che tenevano stretta la mia esistenza.



mercoledì, febbraio 10, 2010

Elettrica

Mi esercito in passioni sconfinate da dilettante. Nell’innominabile che ogni cosa riceve. Mi trasformo in coppa di abbondanza, in eco dell’urlo materno che squarcia il silenzio, nel silenzio stesso che il padiglione concede.

Grida nella nebbia. Buchi nell’anima. Solchi sugli specchi. Immagini che non riflettono più nulla. Quanta carne tra le fiamme. Quanto fuoco dentro.

Annaspando verso orizzonti lontani, mi perdo tra fate dai capelli color rame. Le ho sempre immaginate come mie protettrici. Intanto le tigri girano nei giardini, graffiano gli ornamenti e tengono vivo il paesaggio.

Non sono l’adulta bendata dalla frustrazione. Non sono la bambina candida. Sono la via di mezzo. Una verità che brucia nel mare della menzogna.

Fiamma indomabile dalle voglie nascoste. Calore indicibile.

Rinchiudimi in un barattolo di vetro. Spegnimi le dita. Accarezzami. Placa il ventre che si muove come un pendolo alle tre di notte.

Vorrei essere cullata dalle tue braccia grandi. Dimenticare la paura. Baciare il coraggio che l’inganno ha sotterrato. Strapparlo fuori, splendente.

Come una paladina.

Incarnare giustizia.

giovedì, febbraio 04, 2010

Baby magra è tornata

Avrebbe voluto essere al centro dell’universo.

Quando è arrivata ha lanciato un “ciao” dai cento echi, come se avesse premuto un interruttore capace di girare tutti i volti verso di lei. L’ho vista diventare epicentro di un’intensità indefinibile. Una bolla che si espande nell’aria già satura.

Le sue iridi emanavano una superbia sottile. Sembravano forbici di ferro arrugginito, pronte a tagliare ogni spazio che non le appartenesse.

Io, nella mia pelliccia ghepardata, nascosta dietro una frangia calibrata e un trucco di alabastro, ho sollevato lo sguardo altrove. Cercavo distrazioni naturali. Ho sperato in una stella cadente che mi trascinasse via. In un arcobaleno su cui arrampicarmi per poi scivolare giù urlando, con il vento nelle mani.

I piedi mi pulsavano per il freddo.

Ignorare è il mio lavoro.

Salve. Io ignoro.


mercoledì, febbraio 03, 2010

Polvere scurita dal sole.

Il paese caldo gli aveva inghiottito il viso. La pelle scurita, coperta di polvere. Mani inaridite da un sole invernale che non appartiene a questa latitudine. Smagrito, sciupato, rincorreva il mio bacio.

Mi ha detto perdonami.
Mi ha detto mi sei mancata.

Avrei voluto staccargli la lingua.

I suoi respiri scivolavano sul mio collo chiaro, depositando baci che sapevano di sabbia e luce troppo intensa. Raccontava visioni di un’altra realtà. Uomini con turbanti, orizzonti tagliati dalle piramidi, una brillantezza che non c’entra nulla con l’inverno italiano.

Parlava di monete diverse, di un modo strano di guidare, di alberghi a cinque stelle con piscine in disuso.

Io mi arrotolavo nel silenzio del sedile. Immobile, immaginavo di danzare. Movimenti perfetti di un corpo che non sentivo più mio. Il mio corpo rattrappito dal buio delle stanze. Stanze che inghiottono arti fragili.

Sono fatta di cartone.

Intorno a me anfibi di carta e peluche. Un mondo da fiaba dimenticata.

Salgo le scale che odorano di gesso. Mi nascondo in un pigiama stampato di Bambi. Mi addormento.

Sogno code di coccodrilli e occhi gialli di rana.
Meravigliosi anfibi di carta e peluche.


lunedì, febbraio 01, 2010

Nei sabati soli.

La sveglia non suona più. Il tempo perde consistenza, cola via come una goccia che resta appesa a un filo prima di cadere, come quelle gocce enormi che precipitano sul parabrezza quando passi sotto un albero appena bagnato.

I centri commerciali sono il rifugio delle anime annoiate.

Mi sono svegliata alle nove, stranamente. La testa faceva rumore, i polmoni pieni di nubi tossiche che cercavo di espellere tossendo, ma usciva solo dolore. Sola, fuori dalla quiete, ho preso la macchina e sono arrivata fino a Verona. Al centro della noia. Al nucleo del consumismo, dove si sommano inutilità che sembrano indispensabili.

Ho trovato consolazione nelle vetrine. Nei vestiti. Nelle magliette che tra le mie dita acquistavano un’anima nuova. Prima anonime, poi improvvisamente dense di significato.

La gioia di scoprire Bambi stampato su un pantalone. L’allegria di Alice regina su una maglietta lilla. L’entusiasmo di indossare una pelliccia leopardata e sentirmi la persona più trash del momento.

Nuove personalità indossate come costumi di scena. Il centro commerciale come palcoscenico. Io protagonista della mia ironia cinica.