Non c’erano suoni a sostenere le pause tra le parole. Discorsi spezzati, frasi sputate insieme all’anidride carbonica che riempiva la stanza e rimbalzava contro le pareti cerulee.
Non avevi più occhi. Guardavi senza toccare. Le iridi altrove, perse nei tuoi mondi. Non capivo se esistessi ancora per te. Mi sentivo invisibile. Impotente nel gesto.
Ti ho visto camminare nelle strade deserte dell’alba, in cerca di una direzione nuova. Le lacrime incastonate sotto pelle, cristalli silenziosi di esplosioni emotive.
Io accarezzavo petali di rose appassite, scuri, fragili. Sembravano un cuore. Un cuore che conosco bene.
Non mi hai lasciato il vuoto. Eri tu a riempirmi. Vuota lo sono sempre stata.
Poi un giorno la coscienza riaffiora dalle viscere. Un risveglio. Una primavera dimenticata. Mi accorgo della vita, della bellezza dell’esistere, della potenza del suono. Come ho potuto sopportare tanto silenzio?
Inarcata sul pavimento, a testa in giù, tremo di vibrazione sonora. Respiro attraverso le orecchie. Le melodie scorrono come linfa. Una luce nuova.
Lo stomaco, spento per tanto tempo, ricomincia a palpitare.
Il musicista piega la materia al suo volere. Piega me e il mio movimento. Ondeggio. Dolce.
E si ritorna alla vita. Attraverso una canzone.
Superando i passati che non mi meritavano, mi sono vista volare con la forza di un’aquila e restare ancorata con la potenza di un leone. Ho pescato potere negli oceani della conoscenza senza comprenderlo subito. Mi si è rivelato solo quando ho lasciato andare gli schemi, quando ho sciolto le corde che tenevano stretta la mia esistenza.
