Mi esercito in passioni sconfinate da dilettante. Nell’innominabile che ogni cosa riceve. Mi trasformo in coppa di abbondanza, in eco dell’urlo materno che squarcia il silenzio, nel silenzio stesso che il padiglione concede.
Grida nella nebbia. Buchi nell’anima. Solchi sugli specchi. Immagini che non riflettono più nulla. Quanta carne tra le fiamme. Quanto fuoco dentro.
Annaspando verso orizzonti lontani, mi perdo tra fate dai capelli color rame. Le ho sempre immaginate come mie protettrici. Intanto le tigri girano nei giardini, graffiano gli ornamenti e tengono vivo il paesaggio.
Non sono l’adulta bendata dalla frustrazione. Non sono la bambina candida. Sono la via di mezzo. Una verità che brucia nel mare della menzogna.
Fiamma indomabile dalle voglie nascoste. Calore indicibile.
Rinchiudimi in un barattolo di vetro. Spegnimi le dita. Accarezzami. Placa il ventre che si muove come un pendolo alle tre di notte.
Vorrei essere cullata dalle tue braccia grandi. Dimenticare la paura. Baciare il coraggio che l’inganno ha sotterrato. Strapparlo fuori, splendente.
Come una paladina.
Incarnare giustizia.