giovedì, gennaio 21, 2010

Lui.

Rinchiudermi nelle mie ire mi aiuta ad accorgermi quanto amo il mio disagio.
Vorrei bruciarli,scivolare su fiumi di lacrime e ridere e imprecare e maledire e rimanere felice,finalmente nessuna cazzo di me-mo-ria,solo un nuovo punto di partenza,solo l'inizio di una seconda fine.
attraverso la distruzione rinascere..

sabato, gennaio 16, 2010

gnòthi seautòn

Mi sveglio con l’odore di una sigaretta dimenticata nel posacenere a forma di mucca. È lo stesso odore di quella macchina color acciaio che faceva la guardia sotto casa mia mentre parlavi di cuori dimenticati dentro chitarre vecchie, un po’ ammaccate. Ci consolavamo guardando la pioggia scivolare sul parabrezza. I vetri diventavano tele su cui dipingevo i ricordi con le dita appannate.

Non lo sopportavi. Non sopportavi me.

Cancellavo la condensa, incidevo segni con polpastrelli fragili e occhi gonfi. Odio le macchine grigie.

La pioggia diventava legame. Le notti sui divani e sui materassi in garage, i Placebo in sottofondo, sempre le stesse canzoni. Ridevo immaginando la catastrofe.

“Immagina il Sole. Immagina. Sai che sta bruciando? Il Sole si consuma da solo. E ci dà la vita. Ci permette di esistere. Ti senti anche tu un piccolo Sole?”

Non siamo così diversi dalla luce. Solo più piccoli.

“Un giorno si spegnerà. E quando succederà tutto questo mondo che calpestiamo, amiamo, distruggiamo non esisterà più. Allora a cosa serve piangere?”

Perché mi chiedi di amare solo te? Lasciami amare finché avrò forza per baciare.

Egoismo e altruismo si intrecciano. Radice e potenza che si annullano.


giovedì, gennaio 07, 2010

Flashback emozionale

Tuoni nella notte, come quelli che avevo nell’anima.

C’è stato un momento in cui ho desiderato morire.

Avevo nove anni. È stata la prima volta in cui ho capito cosa fosse il dolore e quanto sarebbe stato difficile crescere.

Dentro di me si muoveva già la smania di diventare qualcuno, qualcosa di diverso, un’entità nuova e senza freni.

Passeggiavo nel viale del quartiere. Le foglie gialle formavano un tappeto viscido sull’asfalto. Il fiume emanava un odore tossico di città malata. Un bambino con un palloncino a forma di pony correva verso di me, inseguito dalla sorella più piccola che piangeva disperata.

Lo fermai. Gli dissi che doveva smetterla. Che era sbagliato prendersela con chi è più piccolo. Che era crudele godere del pianto di qualcuno.

E in quell’istante arrivò il primo flash della mia vita.

Vidi mia madre.

La vidi prendermi a calci per un bicchiere rotto. La vidi ridere mentre mi spezzava il manico della scopa sulla schiena. Capii che erano nove anni che subivo tutto questo. Nove anni a nascondere lividi sotto cardigan neri anche d’estate. Nove anni ad amare un mostro.

Lasciai andare il bambino.

Mi avviai verso il ponte.

Il fiume era gonfio per le piogge invernali. Potente. Spaventoso. La morte mi chiamava. Le mani sudavano. Tremavano.

Rimasi lì un’ora a guardare l’acqua scorrere. Uno sguardo vuoto, senza suono, senza pensiero.

Poi qualcosa si spezzò.

Alzai gli occhi al cielo.

E in quel momento non scelsi di morire.

Scelsi di vendicarmi.

Penso che ho di nuovo i brividi

Sono la tua bambina silenziosa dai pensieri inespressi. Ti sfioro cauta, fendendo l’aria come un insetto leggero, una mosca bianca che resiste nell’inverno.

Non parlo. Osservo.

Gli elefanti-automobili occupano le strade. I ragazzi trovano sempre un pretesto per un’altra sbronza, un giorno di festa acceso come un lampione in un viale buio.

Quando mi riverso nella folla sento la gola inaridirsi. Catturo i gesti come farfalle, mi perdo tra mani che si muovono senza sosta.

E ti penso.

Ti rivedo su quei gradini del duomo, un pomeriggio in cui il sole ci piaceva davvero. Portavamo il cane lungo la riva del fiume, raccoglievamo ciottoli bianchi e li facevamo vivere con i colori. Le tue dita guidavano i pennelli che si tuffavano nelle tempere come delfini. Guardarti dipingere era ipnotico. Mi sentivo dentro un caleidoscopio.

Poi tornano le voci. Blaterare in gregge che strazia e interrompe. Vorrei solo sussurri vellutati.

È una vita che il mio udito viene aggredito da un urlo materno che non si spegne. Una scimmia urlatrice dentro le pareti.

È impossibile sopportare una madre che urla.

Mi disconnetto.