martedì, marzo 30, 2010

Mi sento invincibile e sento che ti vorrei con me

Mi sono svegliata immaginandomi cantante.

Ho indossato il cappello di Near come se custodisse la stilla di un talento perduto, abbandonato a terra come l’involucro di una caramella. Ballavo per le stanze con il cappello stile Pete Doherty maledetto, il manico della paletta in mano, trasformato in elegante bastone con testa di leone.

Io sul palco così: giacca sgualcita, gonna scolorita, piedi nudi sul pavimento freddo. Davanti a me il buio pieno di vite. Io che canto. Kuroi Namida tra le note. La mia voce tra le note.

Un sogno irreale eppure vero.

Le persone non si rendono conto di quanto l’immaginazione possa salvarle.

A te che hai paura dico: immagina.
A te che ti senti umiliata dalla realtà dico: sogna.

La realtà tornerà travestita da drago e proverà a bruciarti. Combattela con l’immaginazione.

A te che non ti piaci dico: guardati bellissima.

Tutti possono tentare di schernirti. Nessuno ne ha il diritto.

Ti donerei i miei occhi per farti vedere il mondo attraverso il verde acido del mio sogno.
Ti donerei le mie braccia per farti volare nel mare opalescente del mio universo.

Quanta salvezza abita in me.


mercoledì, marzo 24, 2010

Lente speranze che covano nell'antro dello stomaco vuoto, brontolano.

Ho la sconfitta in bocca e Nosferatu sulla maglietta. Una tinta ancora chiusa prende polvere sul comodino, promette di coprire i capelli bianchi. Un altro acquisto inutile solo perché costava poco.

Passeggio lenta, come in cerca di qualcosa. Di uno sguardo. Di catturare tra i capelli il suono degli occhi di un altro sulla mia pelle. Uno schiocco improvviso. Fame.

Nome, cognome, indirizzo, numero di telefono. Il centralinista mi interroga mentre spero che vada tutto bene per il giorno in cui dovrò guidare un’ora e mezza fino in culo al mondo per ascoltare qualcuno insegnarmi come fottere la gente, come plagiarla, come succhiare soldi con il sorriso. Diventare una sanguisuga educata per portare a casa un gruzzolo.

Il cinismo dilaga.

Frequento solo librerie. Montagne di carta con il prezzo stampato sul retro. A ogni passo vorrei incendiare il marciapiede. Appoggiarmi alla spalla di un passante e piangere. Sorridere al vecchio che mi guarda sconvolto per gli orecchini in faccia. Sputare in faccia al dentista che mi lima i canini.

Collera. E lenta sopportazione della stessa.

Poi il sole deposita petali sul davanzale. La primavera suona note bianche. Mi stupisco che tutto accada così in fretta. Che forse non saranno solo sogni. Che a volte qualcosa si avvera.

Speranze lente, covate nello stomaco vuoto, brontolano.

“Se qualcosa di mio ti resterà fra i denti non piangere. Lo digerirai.”


lunedì, marzo 15, 2010

8

Un pensiero dolcissimo trascina con sé una valanga di paure. Apri una porta per fuggire e trovi un muro di mattoni. Un raggio di sole filtra tra nuvole di panna e non sai se scaldarti o scappare.

Ecco come mi sento.

Hai dato da mangiare ai miei cuccioli di tigre. Ora sono impazzite e graffiano ovunque, come se volessero distruggermi dall’interno.

Dentro un abbraccio si nasconde una magia. Forse sono sotto un incantesimo.

Un sorriso perfetto, leggermente alcolico, ha catturato il mio campo visivo come una scarica improvvisa. Succede sempre così.

Arrivi a un punto della vita in cui non puoi più correre. Hai già fatto il tratto più lungo. Ti concedi piccoli passi, ti godi la libertà conquistata. Poi qualcosa accade e ti ritrovi di nuovo all’inizio.

Una spirale che vortica. Si chiude un cerchio, se ne apre un altro. Nuove insidie, nuovi drammi, nuove decisioni. Restare o ricominciare altrove.

“Il destino ci tenta e noi siamo volutamente vulnerabili”, ha detto Near.

Di nuovo Near.

Ci sono cose che non finiscono. Fanno giri immensi e poi ritornano.

Non servono gesti eclatanti. Non servono parole perfette.

A volte basta la magia racchiusa in un abbraccio.

venerdì, marzo 12, 2010

Il parco

C’erano bancarelle ai lati della strada, pittoreschi ghirigori su un tappeto persiano immenso. Io e lei camminavamo sopra quel tappeto, presenti e assenti allo stesso tempo.

Lei era lentissima. Di gomma. Una bambola allungabile. Gli occhi rossi, quasi spaventosi.

Le persone intorno si muovevano piano, assaporando l’aria di festa che si spalmava sui volti come un’emozione antica.

I miei scarpini neri lucidi si impuntavano sull’asfalto per tirarle la manica, sbloccarla da quella gravità che sembrava averle inghiottito i piedi. Mi guardò e disse:

“Quando tu te ne andrai io sarò felice. Perché il ricordo sarà il prato su cui mi stenderò. Tu sarai l’erba e i fiori, il sole e il cielo. Amandoti mi stenderò, sussurrerò il tuo nome, non ti sentirò lontana.”

Aveva un’espressione disarmonica, occhi gonfi e lucidi, labbra imbronciate come un lampone maturo.

In mezzo alla strada, al centro di quel tappeto di ghirigori, la abbracciai come non avevo mai abbracciato nessuno.

Poi resta il peso.

Come indossare un vestito meraviglioso con due palle da bowling incastonate sulle spalle. Grazioso alla vista. Insostenibile da portare.

Non penso a liberarmene. Cerco di rendere più forti le spalle. Finché non imparerò a guardare i ricordi in modo diverso.

Vado al piccolo parco vicino al cimitero. Vita rigogliosa da una parte, morte dall’altra, separate da un muro rosa che trovo insopportabile.

È pieno di bambini. Saltano, urlano, parlano una lingua che solo loro capiscono.

Mi ricordo dello yogurt rosa scuro che mi riempiva la bocca provocandomi conati. I miei genitori insistevano. Pensavano fossi viziata. Io iniziavo a fare elenchi silenziosi di tutto quello che non avrei mai fatto ai miei figli.

Al tabacchi desideravo sempre qualcosa. Ma era troppo silenzioso per chiedere. Mio padre si abbassava per farmi parlare più forte. Io arrossivo, gli occhi pieni di lacrime, paralizzata dalla timidezza.

Piccola bambina da sollevare e proteggere.

Anche lei era così. Anche lei è così.

Nel parco con i bambini mi sembra di essere con lei. Lei adesso sarà nel suo prato di ricordi, con me tra l’erba.

Forse non siamo poi così lontane.