lunedì, dicembre 28, 2009
Gioia nera
Presto tornerò raggiante. Non ora. Ora è buio.
sabato, dicembre 26, 2009
Essenze di frutta e angeli deformi
Bevo questa birra e gioco con l’amaro. Accendo una sigaretta che sa di solitudine.
Il ragazzo dall’altra parte della stanza mi fissa. Sento gli spilli conficcarsi nella pelle. E se ti dicessi che sono sporca, che puzzo di pastiglie al limone sciolte in una gola in fiamme, mi guarderesti ancora?
La sigaretta non finisce mai. Non mangio da tre giorni. L’alcol corre nelle vene blu come un animale impazzito.
Si avvicina il ragazzino.
“Che ci fai qui da sola? Posso farti compagnia? Come ti chiami?”
Fuori, oltre la finestra, le mele cadono dagli alberi con un tonfo sordo, mature, inevitabili.
“Ti piacciono le mele?”
Sì, mi piacciono le mele. Ma non mi piaci tu. L’auto mi aspetta nel parcheggio e ho voglia di vomitare. Vorrei una doccia.
Compro un’altra lattina ed esco.
E se ti dicessi che divoro carne umana, mi seguiresti ancora?
In bagno le bollicine mi si agitano nello stomaco. A testa in giù sul lavandino lavo i capelli con shampoo alla pesca. L’odore mi riporta a un’estate lontana. Motorino, capelli fucsia, sigarette fumate di nascosto, gomme alla cannella, corse all’alba con Elide che mi stringeva la mano. La strada era nostra.
Poi il balsamo al cocco. I castelli di sabbia con mio padre. L’uomo che urlava coccobello. Mio padre che me ne comprava sempre un pezzo.
Mi immagini nostalgica. Ma se ti dicessi che sono madida di sangue e sudore, mi vorresti ancora?
Mi vedi bella come un’attrice di un film sbagliato. Ma se ti dicessi che sono un angelo storto, mi toccheresti ancora?
E se avessi la pelle nera, mi accarezzeresti ancora?
Seduta sul bordo della vasca mi asciugo con un telo che sa di muschio. L’acqua non scioglie le cicatrici di un’adolescenza spezzata. Vorrei vederle dissolversi come un’aspirina in un’ampolla.
Mi immagini a mangiare torrone e bere spumante perché è Natale. Ma se ti dicessi che mia madre dorme con ragazzi della mia età e mio padre è scappato, mi annuseresti ancora?
Nelle mie tragedie trovo tragedie più grandi. Non importa se il sole è alto o se gli uccelli hanno smesso di cantare.
Ho me stessa che vaga nel vuoto.
Adesso immaginami dietro di te.
Se vuoi, abbracciami.
giovedì, dicembre 24, 2009
Frenesia previgilia
Appuntamento nel parcheggio a pagamento.
Guido la mia rombante auto gialla mentre alla radio un tipo commenta la frenesia della vigilia della vigilia di Natale. Si dice proprio così, insiste lo zoticone.
23 dicembre. È il mio compleanno.
Sono le sei, in ritardo. Aspetto che signore cotonate, avvolte in profumi da quattro soldi travestiti da grandi firme, attraversino i rettangoli bianchi della paranoia urbana. Le strisce pedonali mi disorientano. Linee che incidono il nero sporco dell’asfalto come simboli arcani. Mi immagino dall’alto, planare sopra la città e guardare tutto senza rumore.
Da bambina leggevo le cartine Tuttocittà di Roma come fossero romanzi.
Arrivo al parcheggio. Il telefono urla. Non ho monete. Rispondo con parole sconnesse, un puzzle. Poi la vedo.
G.
Avvolta nella lana grossa, bellissima. Ogni volta è una visione. G., elettrizzante come una scia di profumo nell’aria fredda.
Le monetine me le presta lei. Aspetto che il parchimetro robotico vomiti lo scontrino. Nel sottofondo del bip mi stampa un bacio davanti a un anziano scandalizzato.
Gli regaliamo il sorriso migliore e ci allontaniamo a braccetto. L’asfalto sembra vinile lucido sotto le luci pretenziose. La gente divora le vetrine con occhi avidi. Li immagino da mesi a inviare messaggi subliminali su cosa desiderano trovare sotto l’albero, la notte in cui anche con la crisi gli stomaci saranno gonfi di panettoni e spumante da discount.
G. dice: “Ho pensato a quanto fosse difficile pensarti senza poter toccare questa mano gelida.”
E. risponde: “Vorrei distillare l’essenza della mia mano così potresti portarla con te e annusarla ogni tanto.”
giovedì, dicembre 17, 2009
canzone dimenticata
Riprese a camminare sui suoi spartiti disordinati. Oggi è decisamente bemolle. Mamma, chiave di violino severa, la accompagna al DoReMi a fare acquisti di ipocrisia natalizia. Il sol è alto nel cielo e acceca gli occhi lucidi e patinati nella confusione delle sonorità altrui.
“Siamo piccole note stonate.”
Gli amici falsetto ridono del suo essere troppo Do minore, troppo malinconica, troppo poco adatta al ritornello facile.
Forse non sarebbe mai stata una canzone da classifica. Forse solo un insieme di note lasciate a margine, scritte a matita e poi cancellate. Un accordo dimenticato capace però di far vibrare le viscere sotto la superficie levigata delle silado perfette.
mercoledì, dicembre 16, 2009
Melodico Lunedì
Con il calore della sua bocca tra le dita, nella taverna di una famiglia borghese, seduti su una panca di legno lucido, tra carezze di caramello e bollicine di birra che scorrevano nelle vene. L’aria era satura di stufa e abbracci, il tempo scandito dalle note malinconiche dei Fine Before You Came. Tutto sembrava sbagliato, eppure inevitabile, in quelle emozioni domestiche al sapore di amarena.
La sua dolcezza mi infettava i sensi, scioglieva ogni freno. Mescolavamo affetto in segreto, lontani dagli occhi indiscreti del giorno.
La brina sui vetri proteggeva le nostre carezze. Eravamo fuori dal tempo, immersi in un mondo costruito apposta per quella notte.
Ho inventato per noi un suolo parallelo dove viaggiare sul carro dei sogni, con il cuore a testa in giù e gemiti pastello. Orizzonti disegnati dai nostri sguardi, sirene lontane che cantavano nelle orecchie.
Raccoglievamo stelle per farne ghirlande, per illuminarci dentro il buio. Soffiavamo dai comignoli e diventavamo nuvole leggere, piovendo rubini di passione che, cadendo sull’asfalto, facevano sbocciare fiori parlanti capaci di gridare una sola parola.
Felicità.
venerdì, dicembre 11, 2009
Malinconia del vuoto colorato
Baby magra è seduta su una panchina marrone sporca, corrosa, vecchia. Si guarda attorno con un’aria di annoiata superiorità. Sembra pensare che nessuno lì dentro sia degno del suo tempo. Siete provinciali, smorti, fuori moda.
Biondo platino, tette al vento, cellulare rosa confetto che vibra sul tavolo. Lei lo fissa. Intorno la osservano, come a chiedere perché non risponda. Accenna un sorriso di plastica.
“Tranquilli, è solo un addebito.”
La sufficienza è studiata. Scivola tra i presenti e lascia una scia di nausea.
Davanti a lei una bottiglia di vodka liscia e un succo d’ananas. Si prepara il cocktail con gesti automatici. Stasera mi sballo. Mi sto annoiando a morte. È qui, ma non c’è. Assente. Nessuno è interessante abbastanza per il suo standard.
Baby magra si chiede perché sia venuta. Preferirebbe tornare a casa, guardare Sex and the City, accarezzare un chihuahua Paris Hilton style, ascoltare Franchino in cuffia e convincersi che la vita sia paillettes, sballo e luci stroboscopiche.
martedì, dicembre 08, 2009
Rasentando la reclusione.
Ho passato l’intera giornata ascoltando il rumore del mio respiro, mentre la musica dei NonToccateMiranda batteva come un sottofondo disarmonico nella penombra.
Un albero di plastica mi fissava dalla stanza.
L’ho liberato dal cartone. L’ho montato. L’ho aperto. E mi sono chiesta fin dove siamo arrivati pur di vendere qualcosa. Un albero finto.
Si può chiamare albero una cosa così?
È lì davanti a me. Lo guardo e lo chiamo albero, gli do il nome di qualcosa che nasce, respira, cresce. Ma lui ha aghi di plastica verde e radici che finiscono in un piedistallo di metallo.
E sento una pena infinita.
Accanto, una scatola di palline di vetro arancione. Sono bellissime, di quella bellezza che appartiene alle cose tristi. Come una ragazza che piange.
E mi ritrovo a piangere anch’io. Da sola. In penombra. Con un non-albero, delle palline arancio e un filo di lucine intermittenti come tramonti trattenuti tra le dita.
Continuo a piangere mentre avvolgo le lucine attorno ai rami. Poi appendo le palline, una per una. Alla fine prendo una stella dorata e la poso in cima.
Mi allontano. Lo guardo.
È bello. Caldo. Accogliente.
Perché allora non riesco a smettere di piangere.
Forse perché in questa cella grigia che chiamo casa ci sono io che mi faccio compagnia con qualcosa che non esiste. Perché oggi è un giorno qualunque. Perché questa vita mi sembra più finta dell’albero che sto guardando.
Una struttura artificiale decorata con sfere fragili che possono rompersi in qualsiasi momento.
Forse quell’albero sono io.
giovedì, dicembre 03, 2009
Sleepless
Inghiottita dal suono delle mie urla, non riesco a fermarmi. Ho paura delle notti troppo silenziose.
Desidero il sonno profondo. Una dea di luce immaginaria nel mio campo di fiori di carta, tra nubi dolci che cantano ninne nanne. Per ore mi racconto bugie gentili e guardo il mio cielo porpora scivolarmi sopra.
Resto sveglia sulla soglia, mentre mostri urlanti chiamano il mio nome.
Lasciatemi. Dove il vento bisbiglia. Dove le gocce di pioggia raccontano storie mentre cadono.
Se hai bisogno di lasciare il mondo in cui vivi, posa la testa per un istante.
Inchiodo la paura al muro freddo. Mi nascondo sotto coperte fatte di fantasmi e solitudini. Provo, a testa in giù, ad abbandonarmi all’incoscienza.
Madre sonno, ristoro primitivo, proteggimi.
martedì, dicembre 01, 2009
Elfi sulle nuvole
C’è odore di legna bruciata qui dentro.
Siamo ancora in pochi. Ci togliamo i giubbotti con gesti abituali. L’atmosfera è raccolta, semplice come solo una casa di montagna sa essere. Il soffitto è basso, travi porose di legno scuro. Le lampadine stanche diffondono una luce soffusa. L’aria è arancione e vibra con il fuoco che scalda dolcemente la stanza.
Un grande tavolo di marmo consumato è invaso da bottiglie e lattine, un esercito di vetro e alluminio. Mi diverte pensare che finiranno nel nostro sangue, sciogliendo le frasi, scombinando la sintassi, rendendo i gesti più lenti e distratti.
Poi un lampo. Un terremoto nel cuore. La porta si apre ed entri tu.
Capelli umidi color cenere, raccolti senza ordine, un profumo esotico che si mescola al fumo del camino. Indossi un vestito di lana malva, calze nere che accarezzano le gambe chiare. Mi guardi distratta, saluti, parli con qualcuno.
Io resto immobile. Il respiro accelera.
Ti avvicini al tavolo, a pochi passi da me. Sto parlando del Natale con una persona qualunque. Ti infili nel discorso come vento tra le fessure.
Iniziamo a parlare.
I nostri sguardi si intrecciano, costruiscono forme come bambini che modellano sabbia.
“Andiamo fuori?”
Ti seguo. Ci allontaniamo dal rumore della festa. Abbiamo bisogno di silenzio per conoscerci.
Non ti ho mai vista prima, eppure ti conosco da sempre.
Ci sediamo sull’erba bagnata. Davanti a noi una distesa di luci arancioni. Sopra, una cupola nera trafitta dalle stelle.
Parole e sorrisi esplodono come piccoli fuochi d’artificio.
Mi prendi la mano. L’incredulità mi disorienta. I suoni si fanno ovattati. È come stare sull’orlo del mondo.
Le tue labbra sulle mie. Le tue mani che mi cercano. L’erba ci accoglie come un cuscino enorme e morbido. Ci baciamo con una fame quieta e profonda.
Attorno a noi non esiste più nulla. Solo io. Solo tu. Il tuo corpo che mi scalda, il tuo profumo che invade l’aria e mi resta addosso.
Appoggio la testa sull’erba e ti guardo. Non ho mai visto niente di più bello. Occhi come mare notturno, verdi e lucidi. Zigomi che affiorano sulle guance morbide. Labbra dai contorni sfumati, senza inizio né fine.
Un ultimo bacio.
E il tempo riprende a correre.
"Grazie per avermi fatto nuotare tra le nuvole"
