Ho passato l’intera giornata ascoltando il rumore del mio respiro, mentre la musica dei NonToccateMiranda batteva come un sottofondo disarmonico nella penombra.
Un albero di plastica mi fissava dalla stanza.
L’ho liberato dal cartone. L’ho montato. L’ho aperto. E mi sono chiesta fin dove siamo arrivati pur di vendere qualcosa. Un albero finto.
Si può chiamare albero una cosa così?
È lì davanti a me. Lo guardo e lo chiamo albero, gli do il nome di qualcosa che nasce, respira, cresce. Ma lui ha aghi di plastica verde e radici che finiscono in un piedistallo di metallo.
E sento una pena infinita.
Accanto, una scatola di palline di vetro arancione. Sono bellissime, di quella bellezza che appartiene alle cose tristi. Come una ragazza che piange.
E mi ritrovo a piangere anch’io. Da sola. In penombra. Con un non-albero, delle palline arancio e un filo di lucine intermittenti come tramonti trattenuti tra le dita.
Continuo a piangere mentre avvolgo le lucine attorno ai rami. Poi appendo le palline, una per una. Alla fine prendo una stella dorata e la poso in cima.
Mi allontano. Lo guardo.
È bello. Caldo. Accogliente.
Perché allora non riesco a smettere di piangere.
Forse perché in questa cella grigia che chiamo casa ci sono io che mi faccio compagnia con qualcosa che non esiste. Perché oggi è un giorno qualunque. Perché questa vita mi sembra più finta dell’albero che sto guardando.
Una struttura artificiale decorata con sfere fragili che possono rompersi in qualsiasi momento.
Forse quell’albero sono io.