sabato, novembre 28, 2009

Vi porto con me nel silenzio dell'universo

Sono salita sulla Luna e ho guardato l’universo.

Le stelle, minuscole da terra, crescevano a ogni passo. Il mondo si è ridotto a un fragile cerchio azzurro dietro la mia schiena. Nel volo attraverso l’aria gelida, tra danze maestose di uccelli che sembravano non conoscere gravità, il mio cuore scalciava stupito davanti alla bellezza del mio pianeta. La Luna, bianca, emanava un candore materno.

Accecata dalla luce ho socchiuso gli occhi. Da quassù il tramonto è una ferita dorata sul bordo del mondo. Ho riconosciuto il Sole tra le sfere colorate che ruotano silenziose nel buio senza tempo.

I suoi raggi erano dolci come la scia di una cometa. Il suo calore morbido, rispettoso, quasi un inchino.

Distesa sulla superficie lunare, protetta dal nulla e dall’immensità, la frenesia del tempo si è dissolta. I pianeti scorrevano lenti sulle loro orbite, indifferenti e perfetti.

Bianca, solitaria beatitudine.

E tu sei qui e mi confondi.

Ti osservo da lontano, distogliendo lo sguardo ogni volta che i tuoi occhi nuotano tra le figure vicino a me. Guardo il tuo profilo mentre, seduto su un divanetto, dici qualcosa al ragazzo davanti a te. Porti il bicchiere alle labbra. Ridi.

Io sono in piedi al bancone. Cinquanta passi ci separano.

Intorno a me un gruppo confuso. Alcuni seduti sugli sgabelli, altri appoggiati, troppo ubriachi per reggersi davvero. È l’una di notte, il concerto è finito da poco. Un dj fluorescente riempie l’aria di suoni sintetici. Aspettiamo che sia il momento di andare. Dovrò guidare io.

Ma ti guardo. Non mi importa se mi chiamano. Non voglio fare altro.

Vieni qui. Mi raggiungi.

“Ma non è il tuo amico quello?”
“Chi?”
“Quello sul divanetto.”
“Ah. Sì. È lui.”
“Credo stia guardando te.”
“Lascia che guardi.”

Fingere che non mi importi. E dentro, gioire come raramente mi è capitato. Subdolo.

Ogni gesto acquista peso sapendo che potresti vederlo. È come stare su un palcoscenico. Nulla è più naturale, tutto diventa significativo. Mi muovo come sotto un fascio di luce. Come se da ogni movimento si sollevasse polvere dorata.

Eppure è infinitamente più facile esistere sotto i tuoi occhi da lontano che attraversare quei cinquanta passi e parlarti. Dire parole semplici. Le parole davanti a te si trasformano in fili di raso che si aggrovigliano tra loro. Anche la frase più banale si ferma sotto la lingua. Il viso si accende di rosso. Gli occhi brillano senza controllo.

Emozioni incontrollabili.

mercoledì, novembre 25, 2009

..e finirla di sentire che mi sto prostituendo perchè faccio ciò che voglio e mi fa sentire meglio..

Ci sono notti in cui vorrei essere la puttana di qualcuno. Come questa.

Alcune sere qualcosa prende possesso dei miei sensi e mi sento trasformare. Sono una noce di burro che si scioglie in un pentolino sul fuoco, pronta a diventare impasto. A volte mi sento la torta stessa, ricca, morbida, invitante.

Adesso vorrei essere assaporata come una sacher. Leccata come una pallina di gelato al cocco. L’involucro dello yogurt al lampone quando lo apri e lo inclini per non perdere una goccia. Vorrei essere il vasetto, lo yogurt, il cucchiaino. Vorrei essere le papille gustative e l’estasi che attraversa il corpo quando il gusto esplode.

Vorrei essere ciò che provoca piacere. Il brivido che corre lungo la schiena. Il sangue che si scalda. Le guance che si colorano. Il sudore che imperla la pelle. Le labbra che si aprono senza chiedere permesso.

Il ruolo di puttana per una notte mi fa sentire padrona della terra su cui cammino. Onnipotente.

È una forza che nutre, come latte appena munto. Dolce e feroce insieme. Solo dopo aver lasciato che mi attraversi riesco a riconoscerla.

Puttana che regala emozioni. Che offre il corpo come un linguaggio. Sguardi, voci calde, registri dimenticati nei cassetti quando le relazioni si fanno comode. Ci si autoimpone limiti per mantenere una stabilità senza scosse, si costruiscono fondamenta troppo rigide e poi ci si stupisce quando crollano.

Tutti abbiamo bisogno di fantasia. Io potrei vivere di fantasia. Non per profitto, non per vantaggio. Solo per il piacere di creare piacere.

Odio chi divora tutto per gloria e potere.

Le puttane regalano emozioni. Creano una forma d’arte.

Le puttane sono artiste.


martedì, novembre 24, 2009

Mandarini e piccole Tigri.

Ogni cosa va fatta per il fine ultimo di farla


Sbucciare un mandarino cercando di non spezzarne la buccia lucida. Sentire la consistenza umida sulle dita. Dividere gli spicchi uno a uno, con cura. Assaporare la polpa acre e zuccherina, ascoltare la sua resistenza morbida sotto i denti. Poi appoggiare la buccia sul termosifone, lasciare che il profumo si espanda, respirare a occhi chiusi.

Si desidera sempre ciò che non si può avere.

Descrivere le sensazioni è difficile. Non perché manchino le parole, ma perché le parole arrivano sempre dopo.

C’è una vibrazione che mi attraversa quando penso alle volte in cui ho fatto l’amore, quando torno con la mente a un letto, a un corpo, a un ultimo respiro condiviso. Parte dal basso ventre e in un lampo scuote tutto, risale fino alle palpebre che si chiudono da sole. È come un colpo che si carica e si libera, una fiamma che svapora insieme al ricordo.

Dura un istante. Intensissimo. Viola e blu, come un mondo incantato acceso di luci sottili. Piccole tigri arancio che si muovono leggere, fate dagli occhi scuri, capelli come fili di rame, tramonti che sembrano dipinti.

Mondi in cui perdersi.

Poi tornare qui.

Buttare via ricordi come vestiti vecchi. Dirsi che un giorno svaniranno. Ogni volta che riemergono combatterli, respingerli, sentirli insopportabili. E subito dopo rimpiangerli.

Ho paura di dimenticare. Ma ho ancora più paura di sentire di nuovo quella scossa.


Le mie sensazioni sono piccole tigri dai graziosi e pungenti artigli, che giocano fiere nei miei giardini setosi squarciandone gli ornamenti.


lunedì, novembre 23, 2009

oignons

Mi sono addormentata tra pareti bianco sale. Le foglie rosse degli aceri in cortile filtravano dalle fessure delle finestre, tra le dita del sole. Il gelo di febbraio sulla pelle lucida, gli occhi gonfi. Le pareti sudavano panico.

Nell’aria la paraffina delle candele al sandalo danzava, come a voler coprire il battito accelerato dell’orrore.

I passi veloci sulle scale annunciavano il tuo arrivo e mi tagliavano il respiro. Sotto la coperta gialla, morbida come un tulipano chiuso, contavo a ritroso i secondi che mi separavano dal castigo.

Poi la luce. Un tonfo sordo sul comodino. L’acqua nel bicchiere vibrava. Vibrava come me.

Un grido nei timpani, acuto come unghie sulla lavagna. Il mio polso stretto nella tua mano ruvida. Il mio viso scosso dentro le tue dita. Il sangue caldo sulle labbra, sul collo, giù verso il ventre. I tuoi piedi lasciavano segni rossi sulla pelle come papaveri demoniaci.

I miei occhi si chiusero in un buio serrato mentre i tuoi pugni truccavano il mio sguardo di colori nuovi, lividi e angusti.

Scaraventata sul marmo candido. La quiete.

Ho riaperto gli occhi. Ti ho visto seduto sul divano di pelle nera, gambe accavallate, l’aria immobile attorno alla tua anima sporca.

Mi sono alzata a fatica. Ho afferrato il bicchiere d’acqua. L’ho sentita scendere dentro di me, fredda, reale.

Ho guardato il mio corpo. Tumefatto. Dolorante. Macchiato.

Ero in piedi.

Ero viva.

Ti abbandonai.

Ti abbandonai per sempre.

sabato, novembre 21, 2009

visioni di novembre


Ieri ero seduta nella tua macchina, al tuo fianco. Mi specchiavo mentre guidavi su strade nere, bagnate da una pioggia leggera e inconsistente, e a ogni semaforo rosso mangiavi il mio sorriso con uno sguardo.

Nel riflesso vedevo il mio corpo vibrare. E per un tempo indefinito quella non era più una macchina. Era una carrozza. Nera, lucida, con bordature e ghirigori laccati in oro. L’interno in morbido velluto porpora. Tendine scure a proteggermi dal mondo.

Sentivo le vibrazioni delle ruote in legno. Il mio cocchiere incitava magnifici cavalli purosangue, linee forti e morbide insieme, perfetti come nei sogni che si fanno da bambini.

E io restavo lì, seduta, a specchiarmi dentro un sogno.


Gravity, no escaping gravity.

Tutto il tempo al bar a guardare le tue mani. Affusolate, spigolose, così magre e delicate da sembrare sul punto di spezzarsi. La pelle diafana illuminata dagli occhi azzurri, resa più cupa dal cespuglio disordinato dei tuoi capelli neri.

Nei tuoi movimenti c’è una spensieratezza che sembra innocenza. Ed è l’errore più grande crederlo davvero. La tua furbizia è nascosta lì dentro, sotto quell’immagine tenera che non hai costruito apposta, ma che ti appartiene come gli occhi e le mani.

Ed è la mia trappola.

Ogni volta che ho a che fare con te ci finisco dentro, senza accorgermene.

Mi hai catapultata in un mondo di pensieri incandescenti e confusi. Non ci voleva. Non adesso. Hai destabilizzato tutto il mio equilibrio.

Che idiota. Quanto doveva essere fragile, questo equilibrio, se è bastato uno sguardo per mandare in pezzi un monte di progetti, per svuotare di senso le mie certezze, per farmi venire voglia di scappare e ricominciare dalle tue braccia, senza un domani.

Così. Senza preoccuparsi di niente.

Prima tu. Poi io. Poi ancora tu. E stavolta vorrei tanto anch’io.

Ma non posso. La vita è andata avanti senza di te. Per te non c’è più posto.

Meravigliosamente ironica, la vita.

venerdì, novembre 20, 2009

castelli di sabbia

Qualcosa era cambiato in quello sguardo.

Aspettare un momento per mesi, idealizzarlo, costruirgli attorno l’atmosfera perfetta, le parole giuste, le conseguenze giuste. E poi intrecciare gli sguardi come fili di lana e non riuscire nemmeno a sostenerli. Paura di degenerare. Paura di creare qualcosa di fuori posto. Incapaci di guardarci per più di pochi secondi.

In bocca il retrogusto amaro della consapevolezza. Avevamo costruito sogni interi e la realtà si presenta fredda, clinica, con quell’odore di ospedale che punge le narici. Vorremmo premere rewind. Tornare indietro e non ricevere mai quel messaggio.

E capire, con uno schianto silenzioso, che non avevamo bisogno di quella persona. Avevamo bisogno della condizione che sapeva creare. Di quella sensazione. Di quella temperatura emotiva.

Quando ce la ritroviamo davanti vogliamo quella condizione a tutti i costi. Ci dimentichiamo che una persona è passato e presente, sogni e delusioni, stati d’animo che cambiano con il tempo. Pretendiamo l’effetto senza accettare la complessità. È come voler fare una pizza senza lievito.

Poi arriva il saluto. E ci sentiamo sciocchi. Avevamo provato quel momento cento volte nei sogni, cambiando dettagli, battute, toni. Invece tutto si posa sul fondo del cappuccino appena bevuto insieme. Avrebbe dovuto essere bellissimo. Avrebbe dovuto. No. Non è niente di tutto questo.

Il giorno dopo lo sezioniamo come scienziati. Ripensiamo agli sguardi, alle parole non dette. Analizziamo ogni espressione, ogni vibrazione della voce, sperando di estrarre un segreto. Quando basterebbe prendere il telefono ed essere schifosamente sinceri.

Non c’è niente di più difficile, a volte, che seguire l’istinto.

Ci sentiamo in gabbia. Le nostre certezze si trasformano in torture. Tutto per uno sguardo. Per la voglia di percorrere una strada rimasta sepolta in fondo all’anima, risvegliata all’improvviso da un incontro ambiguo, complicato, quasi senza senso.

“Allora qual è stato lo scopo di questa uscita?”
“Nulla. Avevo voglia di vederti. Non si può aver voglia di vedere qualcuno?”

Quante cose avrei voluto dirti.

“Ci vediamo la settimana prossima?”
“S-sì. Ok. Sì.”

Indugiare.

Porgerti la guancia.

Sentire per un secondo un bacio tiepido sulla mia pelle elettrica.

giovedì, novembre 19, 2009

addio di marmellata

La mia mano nella tua. I polpastrelli che giocano entusiasti come bambini al parco in un pomeriggio d’estate.

Camminare senza meta, passi distratti, solo il desiderio di calpestare la stessa strada. Per un giorno. Per un’ora. Per un minuto. Guardarsi negli occhi senza rimpiangere l’asfalto di Roma, grigio fumo, l’odore delle macchine egoiste che non si fermano mai.

Le nostre auree colorate che si rincorrono, urlano i nostri nomi con la gola in fiamme, mentre le finestre dei palazzi riflettono un cielo di stelle che sembra acceso solo per noi.

E poi quel dolore ogni volta che afferri la maniglia. Il gelo del metallo che riporta al momento in cui l’hai aperta per lasciarmi andare. Verso un futuro senza strada né nome.

Le tue lacrime hanno sigillato i miei baci nell’eterno di quell’ultimo saluto. La marmellata e il latte macchiato si raffreddavano sul tavolo, accanto al posacenere colmo di sigarette. Sembrava un presagio. Una sigaretta consumata. Un latte da bere amaro e freddo.

Perché niente nasce dolce.

Forse le cose più belle non nascono dolci. Nascono amare, acerbe, difficili da mandare giù. E poi si trasformano nel miele più denso, solo se abbiamo il coraggio di restare. Anche quando tremiamo. Anche quando fa paura.

Le cose che lasciano cicatrici profonde sotto la pelle sono quelle che ci hanno attraversato davvero.

Il coraggio è lo zucchero della vita.


mercoledì, novembre 18, 2009

basta solo qualche secondo su canale 5 per farmi delirare

Pronto, signora D’Urso?

Salve, mi chiamo Shadow K., ho ventun anni, la frangetta, porto i pantaloni e quest’estate ho avuto una storia omosessuale con una ragazza. Mi chiedevo come mai non faccio ancora parte del suo programma.

Signora Turco, guardi che io so cos’è il Grande Fratello. Non sono mica una sprovveduta. È il dittatore immaginario dello Stato totalitario dell’Oceania nel libro di Orwell.

Come dice? Non è quello?

Ah. Io pensavo che per andare in TV almeno bisognasse leggere qualcosa. No? Non serve?

Certo che so cos’è una velina, signora D’Arco. La uso per impreziosire il bouquet di fiori di campo che regalo a mia madre il giorno del compleanno.

Non è questo neanche?

Oddio, sono proprio ignorante in materia.

No, signora L’Urlo, non so fare la ruota. So fare le capriole nei prati e creare bolle di sapone tra le dita. Non è sufficiente?

Capisco, signora D’Urto. Non sono tagliata per la televisione.

Arrivederci.

che buon profumo di paraffina al fumo che ci siamo comprati..

Caffè nero e un piccolo bricco di latte appoggiato al piattino. Granelli di zucchero sparsi sul tavolo. Giravo distrattamente il cucchiaino, guardando la dolcezza bianca sciogliersi nell’amaro scuro, come avrei voluto accadesse davvero dentro di me. In quell’attimo mi sentivo chiusa in una gabbia di spine, in attesa della ferita che sapevo sarebbe arrivata.

Dietro il bancone di quella bettola che odorava di alcol caldo stava il padrone, unico barista. Diceva che non voleva pivelli agitati a servire quelle anime consumate dalla vita. Non è uno spettacolo per giovani, ripeteva.

Le sue rughe erano profonde, scure. La pelle arrossata, screpolata, sembrava cuoio vissuto. Mi ricordava un vecchio divano di pelle verde in taverna, davanti al camino d’inverno o immerso nell’umidità estiva che sa di stantio. Un divano che ha visto tutto. Capodanni, regali strappati, uova di Pasqua dimenticate sul tavolo. Discussioni per l’affitto. Spaghettate alle due di notte quando i genitori partono a settembre per sentirsi ancora giovani a Sharm el Sheik. Gocce di martini versate da una diciottenne che ride troppo forte. L’odore dolce e bruciato delle castagne.

Le sue rughe portavano addosso la stessa memoria. Vita incastrata nelle pieghe.

Per quanto zucchero aggiungessi, quel caffè restava amarissimo. Come se stesse annunciando l’incontro che avrebbe spaccato la tela sottile che avevo tessuto attorno alle cose belle di cui mi ero appropriata senza pensarci troppo. Le conseguenze erano lì, perfettamente allineate come in una vetrina di ceramiche di Deruta durante quella gita in Umbria, quando le secchioncelle fotografavano tutto per mostrarlo a genitori distratti.

Un attimo che vale una vita.

martedì, novembre 17, 2009

Intolleranze

Come ogni sera, anche ieri sono uscita. Quattro amici, una birra piccola di compagnia, le bollicine amare e la schiuma tiepida che si appiccica al labbro. Ascoltavo i racconti di chi mi stava attorno quando, a un certo punto, si avvicina lui. Uno di quelli che vedi sempre nel bar del paese solo perché vivete nello stesso posto. Presenza abituale, identità sconosciuta. Io non lo conoscevo. I miei amici sì. Vecchio compagno di scuola.

C’era un dettaglio che mi ha scosso subito. Il sorriso finto, incollato alla faccia come un’etichetta sbagliata. E quel tono di saccenza con cui raccontava qualsiasi cosa, come se stesse dispensando verità universali su argomenti che non gli appartenevano.

Nel giro di pochi minuti ho sentito salire un disgusto netto, fisico. Le sue mani compatte e rosee disegnavano nell’aria gesti da uomo di mondo, una superiorità teatrale che non convinceva nessuno. I riccioli, troppo studiati per sembrare casuali, cadevano su una fronte piatta e presuntuosa. Le sopracciglia incorniciavano uno sguardo di ghiaccio, vuoto. Il naso stretto, preciso. Il sorriso dai denti piccoli e perfetti, ostentati.

La sciarpettina azzurra da alternativino del cazzo, la giacchetta crema scelta con cura per sembrare serio ma brillante. Ogni dettaglio gridava la stessa cosa. Voglio essere superiore. Voglio guardarvi dall’alto. Voglio che lo notiate.

La parte peggiore era il modo in cui faceva domande senza alcun interesse reale. “Che avete fatto sabato?” Poi si appoggiava al bancone, sorriso idiota, corpo in continuo movimento, occhi ovunque tranne che sull’interlocutore. Guardava dietro, avanti, di lato. Mai in faccia. Mentre l’altro rispondeva con educazione, lui infilava qualche frase di sufficienza, tanto per far credere di ascoltare.

Esistono persone che riescono a essere assenti anche quando sono a trenta centimetri da te.

E la loro presenza pesa più del vuoto.

Sporco irrispettoso.

La mia giacca di velluto.

Ho visto Near nelle foto di un locale che so frequenta spesso. Non sembrava nemmeno più il mio Near. E non lo è. Non lo sarà mai più.

Adesso si fa le magliette da solo, come a voler dimostrare agli sciocchi che gli orbitano attorno, tutti concentrati su vestiti e capelli, che lui è superiore anche in quello. Il bicchiere pieno di un intruglio colorato e dolciastro, i capelli ordinatamente spettinati, la barba lasciata a mezza lunghezza con studiata noncuranza. La maglietta personalizzata investita del compito di rappresentarlo. Il cardigan grigio indefinito, sdrucito, infilato solo sugli avambracci in uno stile british da straccione curato. I pantaloni stretti, risucchiati sulle gambe, a vita bassa.

Qualsiasi ragazza facilmente abbagliabile dall’immagine ne resterebbe fulminata. Il novanta per cento, probabilmente.

Io ho trattenuto a stento i conati.

Ho visto Near morire davanti ai miei occhi molto prima di queste foto. Non dovrei sorprendermi della sua nuova pelle intrisa di vanità.

Ero schifosamente acerba per il suo amore.

Una lacrima mi attraversa il viso mentre indosso la sua giacca color rame. Mi abbraccio alla sua chitarra e mi addormento.

lunedì, novembre 16, 2009

Frammenti in un giorno di dolore.

Scoprirmi attraverso le ombre accorciate di un mattino che ci ha rubato il sorriso panna rubino di quella domenica d’ottobre. Ho visto come va in pezzi una vita. L’ho visto davvero. Ho visto forbici tagliare ricordi, lacrime e desideri sigillati nel cellophane dell’anima.

Ho visto il fuoco nell’iride di un uomo. E poi l’ho visto bruciare le ceneri dei miei arti, i miei petali di rosa già sfioriti. Nell’incendio la pelle si fa gomma, poi liquido viscoso, esala un odore tossico che resta nell’aria anche quando le fiamme si spengono.

Che cosa resta di un uomo quando brucia nei ricordi.

Una chitarra che raccoglie polvere in un angolo. Una maglietta scolorita piegata con cura nei cassetti della vita. Un paio di scarpe che hanno camminato strade bagnate e sporche, lasciando milligrammi inconsci di esistenza tra mozziconi di sigaretta e tappi di Peroni. L’alone scuro sulle labbra di una sbronza postuma. Polvere sui vestiti. Polvere dappertutto.

Una fotografia ingiallita nascosta tra le doghe del letto. Un segreto che non doveva emergere. Traccia di un tradimento consumato tra cosce sudate. Gocce di desiderio rimaste sospese nel tempo.

E poi solo cenere.

Perdono io ti chiederei, ma non ci sei più.


Vorrei che smettessi di invadere i miei sogni. Cancellati. Divorati. Arrabbiati e rovescia la violenza dei tuoi pensieri sul mio corpo. Adorami. Bramami. Brama la mia carne come se fosse l’unica cosa rimasta al mondo.

Viviamo insieme in un pianeta capovolto, dove il sole è blu e freddo e l’acqua rossa e calda, dove ciò che è non sarebbe e ciò che non è finalmente prenderebbe forma. Con te tutto si deforma, si ribalta, si incendia.

Hai avuto ogni tassello di me. Mi hai smontata pezzo per pezzo, smaterializzata, poi ricomposta secondo un tuo disegno segreto. Quando la tua immagine incrocia i miei occhi, anche senza uno sguardo vero, dentro di me esplode un boato assordante. È un rumore che non sento con le orecchie, ma nelle viscere.

Mi manchi con amarezza. E non so come si possa mancare così tanto senza impazzire.

Rivivo ogni ricordo con un nodo alla gola che appesantisce il respiro. Sei un macigno sul ventre, un peso che mi schiaccia e mi tiene sveglia. Sprofondo in un buio nero come la pece e non trovo mai una superficie a cui aggrapparmi.

Amo. Ma che significa davvero. Significa volerti al mio fianco. Voler condividere tutto. Raccontarti ogni pensiero che mi attraversa la testa. Stare sdraiati sull’erba senza vestiti ad ascoltare la terra che pulsa sotto la schiena. Stare al mondo con te. Respirare di te. Desiderare la tua voce, le tue mani, il tuo odore. Mangiare con te. Ridere con te. E non chiedere altro.

Cercami. Chiamami un giorno qualunque, senza preavviso. Raccontami tutto. Scoprimi di nuovo e lascia che giochi ancora con la mia fantasia.

Rivoglio quella fantasia da bambina, non ancora addomesticata. L’ho persa inseguendo il tempo, cercando di adeguarmi all’idea comune di cosa significhi non sentirsi soli. Forse devo restare sola per restare integra. Pura. Non contaminata dal rumore del mondo.

Sola. Anche senza di te.