Tutto il tempo al bar a guardare le tue mani. Affusolate, spigolose, così magre e delicate da sembrare sul punto di spezzarsi. La pelle diafana illuminata dagli occhi azzurri, resa più cupa dal cespuglio disordinato dei tuoi capelli neri.
Nei tuoi movimenti c’è una spensieratezza che sembra innocenza. Ed è l’errore più grande crederlo davvero. La tua furbizia è nascosta lì dentro, sotto quell’immagine tenera che non hai costruito apposta, ma che ti appartiene come gli occhi e le mani.
Ed è la mia trappola.
Ogni volta che ho a che fare con te ci finisco dentro, senza accorgermene.
Mi hai catapultata in un mondo di pensieri incandescenti e confusi. Non ci voleva. Non adesso. Hai destabilizzato tutto il mio equilibrio.
Che idiota. Quanto doveva essere fragile, questo equilibrio, se è bastato uno sguardo per mandare in pezzi un monte di progetti, per svuotare di senso le mie certezze, per farmi venire voglia di scappare e ricominciare dalle tue braccia, senza un domani.
Così. Senza preoccuparsi di niente.
Prima tu. Poi io. Poi ancora tu. E stavolta vorrei tanto anch’io.
Ma non posso. La vita è andata avanti senza di te. Per te non c’è più posto.
Meravigliosamente ironica, la vita.