venerdì, novembre 20, 2009

castelli di sabbia

Qualcosa era cambiato in quello sguardo.

Aspettare un momento per mesi, idealizzarlo, costruirgli attorno l’atmosfera perfetta, le parole giuste, le conseguenze giuste. E poi intrecciare gli sguardi come fili di lana e non riuscire nemmeno a sostenerli. Paura di degenerare. Paura di creare qualcosa di fuori posto. Incapaci di guardarci per più di pochi secondi.

In bocca il retrogusto amaro della consapevolezza. Avevamo costruito sogni interi e la realtà si presenta fredda, clinica, con quell’odore di ospedale che punge le narici. Vorremmo premere rewind. Tornare indietro e non ricevere mai quel messaggio.

E capire, con uno schianto silenzioso, che non avevamo bisogno di quella persona. Avevamo bisogno della condizione che sapeva creare. Di quella sensazione. Di quella temperatura emotiva.

Quando ce la ritroviamo davanti vogliamo quella condizione a tutti i costi. Ci dimentichiamo che una persona è passato e presente, sogni e delusioni, stati d’animo che cambiano con il tempo. Pretendiamo l’effetto senza accettare la complessità. È come voler fare una pizza senza lievito.

Poi arriva il saluto. E ci sentiamo sciocchi. Avevamo provato quel momento cento volte nei sogni, cambiando dettagli, battute, toni. Invece tutto si posa sul fondo del cappuccino appena bevuto insieme. Avrebbe dovuto essere bellissimo. Avrebbe dovuto. No. Non è niente di tutto questo.

Il giorno dopo lo sezioniamo come scienziati. Ripensiamo agli sguardi, alle parole non dette. Analizziamo ogni espressione, ogni vibrazione della voce, sperando di estrarre un segreto. Quando basterebbe prendere il telefono ed essere schifosamente sinceri.

Non c’è niente di più difficile, a volte, che seguire l’istinto.

Ci sentiamo in gabbia. Le nostre certezze si trasformano in torture. Tutto per uno sguardo. Per la voglia di percorrere una strada rimasta sepolta in fondo all’anima, risvegliata all’improvviso da un incontro ambiguo, complicato, quasi senza senso.

“Allora qual è stato lo scopo di questa uscita?”
“Nulla. Avevo voglia di vederti. Non si può aver voglia di vedere qualcuno?”

Quante cose avrei voluto dirti.

“Ci vediamo la settimana prossima?”
“S-sì. Ok. Sì.”

Indugiare.

Porgerti la guancia.

Sentire per un secondo un bacio tiepido sulla mia pelle elettrica.