sabato, novembre 28, 2009

E tu sei qui e mi confondi.

Ti osservo da lontano, distogliendo lo sguardo ogni volta che i tuoi occhi nuotano tra le figure vicino a me. Guardo il tuo profilo mentre, seduto su un divanetto, dici qualcosa al ragazzo davanti a te. Porti il bicchiere alle labbra. Ridi.

Io sono in piedi al bancone. Cinquanta passi ci separano.

Intorno a me un gruppo confuso. Alcuni seduti sugli sgabelli, altri appoggiati, troppo ubriachi per reggersi davvero. È l’una di notte, il concerto è finito da poco. Un dj fluorescente riempie l’aria di suoni sintetici. Aspettiamo che sia il momento di andare. Dovrò guidare io.

Ma ti guardo. Non mi importa se mi chiamano. Non voglio fare altro.

Vieni qui. Mi raggiungi.

“Ma non è il tuo amico quello?”
“Chi?”
“Quello sul divanetto.”
“Ah. Sì. È lui.”
“Credo stia guardando te.”
“Lascia che guardi.”

Fingere che non mi importi. E dentro, gioire come raramente mi è capitato. Subdolo.

Ogni gesto acquista peso sapendo che potresti vederlo. È come stare su un palcoscenico. Nulla è più naturale, tutto diventa significativo. Mi muovo come sotto un fascio di luce. Come se da ogni movimento si sollevasse polvere dorata.

Eppure è infinitamente più facile esistere sotto i tuoi occhi da lontano che attraversare quei cinquanta passi e parlarti. Dire parole semplici. Le parole davanti a te si trasformano in fili di raso che si aggrovigliano tra loro. Anche la frase più banale si ferma sotto la lingua. Il viso si accende di rosso. Gli occhi brillano senza controllo.

Emozioni incontrollabili.