mercoledì, novembre 18, 2009

che buon profumo di paraffina al fumo che ci siamo comprati..

Caffè nero e un piccolo bricco di latte appoggiato al piattino. Granelli di zucchero sparsi sul tavolo. Giravo distrattamente il cucchiaino, guardando la dolcezza bianca sciogliersi nell’amaro scuro, come avrei voluto accadesse davvero dentro di me. In quell’attimo mi sentivo chiusa in una gabbia di spine, in attesa della ferita che sapevo sarebbe arrivata.

Dietro il bancone di quella bettola che odorava di alcol caldo stava il padrone, unico barista. Diceva che non voleva pivelli agitati a servire quelle anime consumate dalla vita. Non è uno spettacolo per giovani, ripeteva.

Le sue rughe erano profonde, scure. La pelle arrossata, screpolata, sembrava cuoio vissuto. Mi ricordava un vecchio divano di pelle verde in taverna, davanti al camino d’inverno o immerso nell’umidità estiva che sa di stantio. Un divano che ha visto tutto. Capodanni, regali strappati, uova di Pasqua dimenticate sul tavolo. Discussioni per l’affitto. Spaghettate alle due di notte quando i genitori partono a settembre per sentirsi ancora giovani a Sharm el Sheik. Gocce di martini versate da una diciottenne che ride troppo forte. L’odore dolce e bruciato delle castagne.

Le sue rughe portavano addosso la stessa memoria. Vita incastrata nelle pieghe.

Per quanto zucchero aggiungessi, quel caffè restava amarissimo. Come se stesse annunciando l’incontro che avrebbe spaccato la tela sottile che avevo tessuto attorno alle cose belle di cui mi ero appropriata senza pensarci troppo. Le conseguenze erano lì, perfettamente allineate come in una vetrina di ceramiche di Deruta durante quella gita in Umbria, quando le secchioncelle fotografavano tutto per mostrarlo a genitori distratti.

Un attimo che vale una vita.