La mia mano nella tua. I polpastrelli che giocano entusiasti come bambini al parco in un pomeriggio d’estate.
Camminare senza meta, passi distratti, solo il desiderio di calpestare la stessa strada. Per un giorno. Per un’ora. Per un minuto. Guardarsi negli occhi senza rimpiangere l’asfalto di Roma, grigio fumo, l’odore delle macchine egoiste che non si fermano mai.
Le nostre auree colorate che si rincorrono, urlano i nostri nomi con la gola in fiamme, mentre le finestre dei palazzi riflettono un cielo di stelle che sembra acceso solo per noi.
E poi quel dolore ogni volta che afferri la maniglia. Il gelo del metallo che riporta al momento in cui l’hai aperta per lasciarmi andare. Verso un futuro senza strada né nome.
Le tue lacrime hanno sigillato i miei baci nell’eterno di quell’ultimo saluto. La marmellata e il latte macchiato si raffreddavano sul tavolo, accanto al posacenere colmo di sigarette. Sembrava un presagio. Una sigaretta consumata. Un latte da bere amaro e freddo.
Perché niente nasce dolce.
Forse le cose più belle non nascono dolci. Nascono amare, acerbe, difficili da mandare giù. E poi si trasformano nel miele più denso, solo se abbiamo il coraggio di restare. Anche quando tremiamo. Anche quando fa paura.
Le cose che lasciano cicatrici profonde sotto la pelle sono quelle che ci hanno attraversato davvero.
Il coraggio è lo zucchero della vita.