Mi sono addormentata tra pareti bianco sale. Le foglie rosse degli aceri in cortile filtravano dalle fessure delle finestre, tra le dita del sole. Il gelo di febbraio sulla pelle lucida, gli occhi gonfi. Le pareti sudavano panico.
Nell’aria la paraffina delle candele al sandalo danzava, come a voler coprire il battito accelerato dell’orrore.
I passi veloci sulle scale annunciavano il tuo arrivo e mi tagliavano il respiro. Sotto la coperta gialla, morbida come un tulipano chiuso, contavo a ritroso i secondi che mi separavano dal castigo.
Poi la luce. Un tonfo sordo sul comodino. L’acqua nel bicchiere vibrava. Vibrava come me.
Un grido nei timpani, acuto come unghie sulla lavagna. Il mio polso stretto nella tua mano ruvida. Il mio viso scosso dentro le tue dita. Il sangue caldo sulle labbra, sul collo, giù verso il ventre. I tuoi piedi lasciavano segni rossi sulla pelle come papaveri demoniaci.
I miei occhi si chiusero in un buio serrato mentre i tuoi pugni truccavano il mio sguardo di colori nuovi, lividi e angusti.
Scaraventata sul marmo candido. La quiete.
Ho riaperto gli occhi. Ti ho visto seduto sul divano di pelle nera, gambe accavallate, l’aria immobile attorno alla tua anima sporca.
Mi sono alzata a fatica. Ho afferrato il bicchiere d’acqua. L’ho sentita scendere dentro di me, fredda, reale.
Ho guardato il mio corpo. Tumefatto. Dolorante. Macchiato.
Ero in piedi.
Ero viva.
Ti abbandonai.
Ti abbandonai per sempre.