sabato, gennaio 16, 2010

gnòthi seautòn

Mi sveglio con l’odore di una sigaretta dimenticata nel posacenere a forma di mucca. È lo stesso odore di quella macchina color acciaio che faceva la guardia sotto casa mia mentre parlavi di cuori dimenticati dentro chitarre vecchie, un po’ ammaccate. Ci consolavamo guardando la pioggia scivolare sul parabrezza. I vetri diventavano tele su cui dipingevo i ricordi con le dita appannate.

Non lo sopportavi. Non sopportavi me.

Cancellavo la condensa, incidevo segni con polpastrelli fragili e occhi gonfi. Odio le macchine grigie.

La pioggia diventava legame. Le notti sui divani e sui materassi in garage, i Placebo in sottofondo, sempre le stesse canzoni. Ridevo immaginando la catastrofe.

“Immagina il Sole. Immagina. Sai che sta bruciando? Il Sole si consuma da solo. E ci dà la vita. Ci permette di esistere. Ti senti anche tu un piccolo Sole?”

Non siamo così diversi dalla luce. Solo più piccoli.

“Un giorno si spegnerà. E quando succederà tutto questo mondo che calpestiamo, amiamo, distruggiamo non esisterà più. Allora a cosa serve piangere?”

Perché mi chiedi di amare solo te? Lasciami amare finché avrò forza per baciare.

Egoismo e altruismo si intrecciano. Radice e potenza che si annullano.