Sono la tua bambina silenziosa dai pensieri inespressi. Ti sfioro cauta, fendendo l’aria come un insetto leggero, una mosca bianca che resiste nell’inverno.
Non parlo. Osservo.
Gli elefanti-automobili occupano le strade. I ragazzi trovano sempre un pretesto per un’altra sbronza, un giorno di festa acceso come un lampione in un viale buio.
Quando mi riverso nella folla sento la gola inaridirsi. Catturo i gesti come farfalle, mi perdo tra mani che si muovono senza sosta.
E ti penso.
Ti rivedo su quei gradini del duomo, un pomeriggio in cui il sole ci piaceva davvero. Portavamo il cane lungo la riva del fiume, raccoglievamo ciottoli bianchi e li facevamo vivere con i colori. Le tue dita guidavano i pennelli che si tuffavano nelle tempere come delfini. Guardarti dipingere era ipnotico. Mi sentivo dentro un caleidoscopio.
Poi tornano le voci. Blaterare in gregge che strazia e interrompe. Vorrei solo sussurri vellutati.
È una vita che il mio udito viene aggredito da un urlo materno che non si spegne. Una scimmia urlatrice dentro le pareti.
È impossibile sopportare una madre che urla.
Mi disconnetto.