martedì, febbraio 23, 2010

Penso che non ho capito

Avevo appena strappato un pop filter e sedevamo in cerchio davanti a un falò di ciocchi scricchiolanti. La primavera entrava nelle narici, il fuoco seccava le fauci alcoliche. Il tuo ginocchio audace premeva contro il mio, sempre più deciso. Era il nostro segreto. Il nostro modo di amarci davanti a una folla che guardava il nulla.

Sgranando, sciogliendo, mescolando, leccando. Zuccheri filati per riempire polmoni avidi. Autostrade di sangue che si allargavano, vista annebbiata, rumori opacizzati, risate superflue.

Di bocca in bocca, di ossigeno e anidride carbonica, di mano in mano. Ci mescolavamo come ingredienti di un impasto compatto, da stendere sotto il mattarello di una realtà alienante che calpestava voglie giovani e sconvolte. Ci piaceva guardare. Rifuggire il dolore con composti da inalare.

Ma non è stato sempre così. Non per tutti.

A periodi l’anestesia diventava metodo. Gesti rapidi per silenziare le urla, per forare il cervello e tappare i mali. A periodi, invece, si voleva piena coscienza. Perché perdere il controllo faceva paura. Tenere sotto controllo la vita, il dolore, il piacere, il sorriso. Per sentirsi meno ridicoli. Più forti. Per costruire un’immagine accettabile del proprio operato.

Chi condannare. Chi assolvere.

Io, con le mie voglie vietate alle quali ho sempre dato ascolto, nascosta nella mia ombra perlata, penso a quanto piacere mi sono procurata attraversando il dolore con consapevolezza. Penso agli errori che mi hanno marchiata e forgiata. Alla saggezza accumulata sotto pelle.

Credo che l’unico maestro da seguire sia l’istinto.