Ho preso coscienza un pomeriggio d’estate. Agosto assolato, odore di salsedine, schiamazzi e musica. La vista era un mistero. Un giorno l’avrei condannata, ma allora non lo sapevo.
Vivo sospeso nell’aria. Un tubo lucido mi attraversa le spalle. Sto in fila con altri identici a me, stesso volto, stesso colore alternato. Sotto di noi plexiglass verde, righe bianche. Attorno, metallo. Vivo in una scatola che chiamano biliardino.
Sono rosso. Ho scelto il mio nome. Bowie, come quello che canta dal televisore appeso al muro del bar.
Non conosco altro che quella parete e gli umani che ci fanno scivolare avanti e indietro colpendo una pallina bianca. Con loro prendo vita. Divento il loro braccio. Quel braccio che a me manca.
I miei piedi sono un parallelepipedo perfetto. Dritto nei movimenti. Professionista nei colpi.
Il ruolo centrale mi piaceva. Mi sentivo utile. Sognavo.
“Un giorno mi stacco. Un giorno salto fuori, giro il mondo. Divento il migliore. Tutti mi acclameranno.”
Illusione.
Non posso staccarmi. Non sono niente fuori da questo tubo. Vivo in una prigione di plastica e metallo.
Una sera ho capito tutto.
Il televisore mostrava umani che facevano ciò che facciamo noi. Ma su un campo immenso. Verde acceso. Umani che correvano liberi.
Allora posso farlo anch’io.
Sciocca speranza.
Sono solo un omino. Eppure urlavo: “Sono Bowie! Voi chi siete?”
Silenzio plastificato. Gli altri non parlano. Non pensano. Accettano.
Forse è la vita.
Poi è arrivato l’amore.
Notte. Una luce bianca sopra di noi. Lui era sempre stato lì. Blu acceso. Occhi brucianti. Spalle rigide. Perfetto.
Non stavo più nella plastica.
Aspettavo la notte per guardarlo. Immaginavo il suo profumo gommoso. Volevo parlargli. Dirgli tutto.
Ma ero bloccato. Più bloccato del mio stesso corpo.
Codardo.
Poi il gioco. Gettone. Palline che cadono come sogni. Urla. Goal. Vittoria. Io invincibile.
Stock.
Silenzio.
La testa del mio amato non c’è più.
Decapitato.
“Fa niente, è vecchio.”
Vecchio.
Amore mio, non ti ho detto niente. Non ti ho amato ad alta voce quando avevi orecchie per sentire.
Disperazione.
Poi buio.
Poi una notte ho pensato: chi se ne importa.
Ti amo anche senza volto.
Ho amato la tua assenza più della libertà.
Posso amare l’assenza della tua testa se questo significa che resti accanto a me.
Superai il dramma.
Ricominciando a sognare.
Non ci resta che su e giù, avanti e indietro, tra le mani dei bambini maldestri.
Ciò che ci tiene ancorati non è il tubo.
È l’amore.