Adoro i brandelli. Le espressioni che muoiono sui visi. Le tragedie.
Guardare mali più grandi dei miei. Il putrefatto che lacera.
Mi piace apparire diversa. Reinventarmi stupida. Recitare la ragazza svampita, sperduta in una vita vuota.
Sotto la lingua ho lame lucenti. Armi affilate.
Mi fanno sentire potente davanti alla magnificenza presunta degli altri. Alle loro vanità sintetiche.
Il bancone del bar è un palco. Ogni cliente è un pubblico diverso. Puoi scegliere chi essere.
Lui entra. Per lui diventi stella. Ti scruta. Ti giudica. Lo hai tra le mani. Puoi farne ciò che vuoi.
Sogno di avvelenare. Di versare veleno nei boccali.
Immagino la devastazione, l’agonia, la dolcezza malata negli occhi che prima brillavano di vanità. Un’illusione che conduce al crollo.
Guardatemi. Sognate di sbattermi su questo bancone mentre io sogno di farvi a pezzi e chiudervi nel frigo.
Alla morbosità appartengo.
Poi un giorno mi uccisero.
Tre gendarmi. Domenica grigia. Ottobre nelle stanze.
Vestita di mestizia attendevo la condanna. La mannaia sulla nuca.
Mi uccisero per vendetta. Per egoismo.
Avevo dato sangue, cuore, carne. Offerto sentimenti come frutta matura.
Mi fecero a pezzi. Dopo aver volato mi strapparono le ali.
Fumo. Odore di chiuso. Atmosfera da bisca proibita. Parole come proiettili.
Mi lasciarono sul pavimento.
La morale dice: non tradire.
Io avevo tradito.
Se fossi stata santa qualcuno mi avrebbe perdonata.
Ma fui giudicata puttana.
E la condanna fu morte.
Deperire. Marcire. Rinascere.
Sono una fenice.
Ali grandi. Non più strappabili.
Canterò.
Non per uccidervi.
Per sopravvivere.